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Storia militare

La verità sul Servizio Informazioni Militari

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La storia non ha pietà dei vinti e il nostro paese ha perso una guerra mondiale, la seconda. Non riusciremo mai a chiudere i conti con il nostro passato se non acquisiremo la consapevolezza della nostra sconfitta. Alle pesanti sanzioni ha fatto seguito una perpetua distorsione di taluni accadimenti storici, nell'ottica di una storiografia asservita ai vincitori e più spesso ad un'ideologia. Se non fu gloria, non per questo fu tutta vergogna e non tutte le nostre azioni belliche si risolsero in disastrose sconfitte. Se questo discorso valse per le operazioni sul campo di battaglia, altrettanto dicasi per l'attività offensiva e difensiva dei nostri Servizi Informativi e in particolare del Sim, il Servizio Informazioni militari, che solo nel 1941 divenne organo del Comando Supremo. Circondato dalla diffidenza degli Stati Maggiori e dei preposti politici, con fondi esigui ed un organico ridotto ma di primissima scelta, il Sim riuscì ad ottenere risultati sorprendenti, facendo le classiche pulci all'Intelligence Service Britannico, il quale disponeva di mezzi e di un'organizzazione assai più vasti. Il Sim non solo, grazie ai vari centri CS, riuscì a smantellare le maggiori reti di spionaggio britanniche e americane sul suolo Italiano ma arrivò ad impossessarsi del black code americano, leggendo poi in chiaro e per diversi mesi le comunicazioni intercorse tra gli alleati e riguardanti il teatro di guerra nordafricano. E maggiori risultati sarebbero stati ottenuti e molti lutti risparmiati se la miopia e la prevenuta diffidenza, associate ad una scarsa cultura informativa, non avessero indotto i vertici delle forze armate ad ignorare le segnalazioni dei Servizi. Questi ultimi operarono in piena autonomia, collaborando da pari e senza alcun complesso di inferiorità con il Servizio Germanico. Rommel ebbe a dire che si fidava di più delle informazioni dei Servizi Italiani che di quello Tedeschi. Tra la scarna memorialistica del dopoguerra meritano senz'altro attenzione due testi, entrambi scritti da due Capi del Sim, Cesare Ame' e Mario Roatta: guerra segreta in Italia 1940-43 e sciacalli addosso al Sim, quest'ultimo ripubblicato per quelli della Mursia. Dalla lettura di questi libri ne trarranno interessante materiale di studio gli appassionati del settore e ne trarrebbe giovamento anche la pubblica opinione, abituata a considerare i Servizi come una banda di delinquenti incalliti. Dalle parole di Ame' traspare una nota di amarezza per il sacrificio, forse inutile, dei tanti uomini che servirono, nell'ombra e senza gloria, il loro Paese, la loro Patria.

di Marco Leonardi

Rapporti segreti e l'opportunità di pubblicarli

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Ancora oggi la figura istituzionale  del Presidente della Repubblica è considerata, nella pubblica opinione, come un inutile contrappeso, privo di concrete  prerogative  e avulsa, a maggior ragione, da qualsiasi coinvolgimento in materia di politica informativa e di sicurezza. Niente di più lontano dalla realtà, considerato che la nostra Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate e quindi destinatario di informazioni, afferenti la sicurezza nazionale, di altissimo livello. A questo proposito giova riportare alcune testimonianze in materia del primo Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, tratte dallo scritto "Di alcune usanze non protocollari attinenti alla Presidenza della Repubblica Italiana". Sarebbe cosa buona e utile pubblicarla sul sito, in quanto fonte autorevole e materia utile per ulteriori spunti di riflessione, anche in materia di Segreto di Stato. Il Presidente Einaudi sottolinea  giustamente che molti documenti "segreti" potrebbero tranquillamente essere pubblicati. Purtroppo è consuetudine nel nostro Paese coprire con il segreto informazioni che si possono poi facilmente trovare sulle riviste specializzate e rendere pubbliche informazioni che andrebbero invece trattate con molta cautela.  Riporto qui di seguito lo stralcio citato: "Il ministero della difesa è del pari fornitore cospicuo di materiale di studio al tavolo del presidente. Esistono alla difesa, uffici studi od informazioni assai attrezzati (S.I.F.A.R., ufficio informazioni forze armate, succeduto al S.I.M., ufficio informazioni militari), i quali mettono in grado i capi servizio, i comandanti territoriali e giù giù discendendo per li rami, anche gli ufficiali superiori e subalterni in genere, di tenersi, se vogliono, informati su quanto accade nel mondo, non solo nelle materie tecniche delle armi nuove e vecchie, dei problemi di strategia, di tattica e di amministrazione, ma anche rispetto ai problemi politici ed economici". I rapporti sono contenuti in fascicoli distinti, paese per paese, con particolari supplementi per qualche argomento degno di particolare riguardo. Nonostante la larghezza delle avvertenze "segreto", "segretissimo" (al Nato si usa il Top-secret e il Cosmic, che sarebbe il non plus ultra della segretezza), molte cose scritte in quei rapporti potrebbero essere divulgate senza nessun danno, anzi con vantaggio per la formazione di una pubblica opinione illuminata; e il frazionamento dei voluminosi rapporti in fascicoli separati suppongo abbia appunto lo scopo di agevolare agli alti comandi la divulgazione agli ufficiali di grado minore delle informazioni ad essi utili. Del resto, molte notizie tecniche, storiche, geografiche anche correnti sono in seguito rese note nelle belle riviste speciali che sono pubblicate sotto il patronato del ministero della difesa, riviste le quali non sfigurano al paragone delle nostre buone riviste scientifiche. Non sarebbe invece opportuna la divulgazione dei rapporti periodici e quotidiani dell'arma dei carabinieri e della direzione generale della pubblica sicurezza. In mezzo ai cauti «si dice», «viene riferito» e simili, si leggono anche notizie sicure ed utili per la conoscenza dello stato dell'opinione pubblica, scritte senza alcuna intenzione di dire cosa gradita al ministro od al governo in genere. L'indipendenza di giudizi è notabile del resto anche nei rapporti diplomatici, dove, a differenza di quanto dicesi accadesse talvolta durante il regime fascistico, non vidi che si esprimessero opinioni, previsioni, giudizi, perché supposti graditi al ministro in carica od al segretario generale. Anzi, era non rarissimamente avvertita una tendenza ad insistere con garbo su osservazioni o giudizi che si poteva immaginare non fossero conformi all'opinione di chi doveva leggere i rapporti.
 
di Marco Leonardi
 

Giornata della Memoria, intervista con lo storico Fabrizio Nocera

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Dott. Nocera, come mai gli ebrei, all’inizio inglobati tra i tedeschi, vennero poi successivamente indicati come colpevoli del disfacimento della Germania?

Diciamo che fondamentalmente gli ebrei vennero considerati tali perché, cosa che non si dice quasi mai, detenevano quasi tutta l’economia tedesca e quindi Hitler voleva in qualche modo, con la scusa della razza ebraica, eliminarli. Lui fece della sua campagna per l’ascesa al potere e anche del Mein Kampf, la base per una politica antisemita e quindi decise in qualche modo di discriminarli fino ad arrivare alla soluzione finale e quindi all’apertura dei campi di concentramento con lo sterminio totale.

Abbiamo qualche testimonianza di ebrei molisani deportati nei lager?

Di ebrei che io sappia no, però ci sono tanti ex soldati che dopo l’8 settembre del 1943 vennero internati perché non aderirono né alla Repubblica di Salò, né alla Germania nazista; quindi di ebrei molisani no ma c’erano ebrei da altri paesi d’Italia.

Che differenza c’era tra i campi di internamento del Molise e i lager nazisti?

Beh, una grande differenza. I campi aperti in Italia, quindi anche in Molise, erano soltanto dei campi di detenzione e si può dire che erano delle prigioni. In Molise c’erano delle strutture già costruite, talvolta anche dei palazzi privati dove si detenevano gli ebrei e anche altri prigionieri di varia natura. Però a differenza dei lager non venivano in qualche modo sterminati. L’unico caso in Italia era quello della risiera di San Saba a Trieste, che era tra le altre cose gestita proprio da i nazisti, dove c’erano sia le camere a gas che i forni crematori.

In base a quale criterio sono stati scelti i paesi per la costruzione di campi di internamento in Molise?

In base a quello che aveva già stabilito il regime prima dell’entrata in guerra. Quindi la scelta dei campi e della loro dislocazione riguardò principalmente l’Italia centro-meridionale. Prima di tutto per la morfologia del territorio, per le scarse vie di comunicazione che c’erano, in modo che i detenuti non potessero fuggire in quelle condizioni; poi anche per un discorso politico, per la scarsa politicizzazione della popolazione e del territorio  e in ultimo perché si pensava che questa ultima parte d’Italia non potesse essere interessata alle operazioni militari della seconda guerra mondiale.

Che differenza c’era tra l’internamento dei 5 campi molisani e quello libero come in alcuni comuni, ad esempio Petrella. Castropignano e Macchiagodena?

Diciamo che c’erano due forme di internamento: i campi di concentramento, come ho detto prima, erano delle strutture, delle vere e proprie carceri dove c’erano proprio le celle anche se alcuni edifici non avevano neanche le inferriate alle finestre e quant’altro. Erano delle prigioni un po’ soft però non potevano uscire se non nell’ora d’aria quando li portavano a fare delle passeggiate lungo il paese, ovviamente scortati.  Il libero internamento è avvenuto in altri comuni in Molise. Se parliamo di ebrei furono dieci i comuni molisani interessati al fenomeno del libero internamento. Gli ebrei avevano la possibilità di affittarsi una casa oppure una stanza a seconda dei costi dell’epoca perché avevano un sussidio di 50 lire e potevano svolgere una vita sicuramente più libera perché non avevano tutte le restrizioni.

Per concludere, che significato hanno la Shoah e la giornata della memoria?

Innanzitutto il 27 gennaio è una giornata simbolica per ricordare l’ingresso dell’Armata rossa ad Auschwitz, il campo più terribile del regime nazista. La Shoah significa proprio “tempesta tremenda” alla quale non ci si poteva opporre in nessun modo, fin quando grazie agli alleati e ai partigiani venne sconfitto il regime nazista e tante persone vennero liberate.

di Alice Di Domenico e Domenico Pio Abiuso

Il Maccartismo di Donald Trump

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L’ascesa di Donald Trump alla Casa bianca sembra riportare indietro l’orologio del tempo facendo rivivere agli Stati Uniti d’America ed al mondo intero sensazioni che sembravano essersi dissolte con la caduta del muro di Berlino. Ai comunisti mangiabambini che rappresentavano simbolicamente nell’immaginario collettivo la civiltà inadeguata di un popolo senza Dio si sono sostituiti i musulmani, potenziali terroristi alla stregua delle migliaia di spie sovietiche dell’epoca, che in molti casi il tempo ha dimostrato poi non essere tali. Questo clima di paura inscena una guerra ipotetica tra civiltà che si innesta in un contesto sociale in cui il sogno americano di una integrazione totale tra le minoranze sembra infrangersi ogni giorno in episodi di cronaca, in attentati sul suolo americano od oltreoceano, in atteggiamenti d’intolleranza da parte di fette sempre più numerose ed oltranziste della popolazione che generano un interesse politico alla base dei recenti successi del miliardario americano Donald Trump. Attraverso le conoscenze odierne del periodo di storia che va dalla guerra fredda fino alla caduta del muro di Berlino, con l’emersione dei documenti segreti sovietici rinvenuti nell’ ”Archivio Mitrokhin” e di quelli desecretati dalla C.I.A. è possibile tracciare un parallelo tra un periodo della storia americana ed un presente che denota molte analogie. La guerra di civiltà che divise il blocco dell’est dall’occidente è la stessa guerra che oggi divide sotto mutate insegne il mondo dell’Islam dall’occidente? E’ un paragone azzardato ma si possono elaborare alcune considerazioni; innanzitutto la divisione del mondo in due blocchi contrapposti è stata per un cinquantennio il presupposto fondamentale dell’esistenza di innumerevoli uomini politici, partiti, organizzazioni e probabilmente di intere nazioni che altrimenti sullo scenario nazionale o internazionale non avrebbero avuto il ruolo egemone che hanno avuto o non sarebbero esistite. Dopo l’avvento di Gorbaciov e la disgregazione dell’impero sovietico con un sincronismo che deve far riflettere si sono create le condizioni per una ricomposizione degli equilibri globali secondo il vecchio canovaccio del nemico dell’occidente da combattere ad ogni costo. Il Medio Oriente è diventato una polveriera ed il terribile dittatore Saddam Hussein un pericoloso criminale da eliminare, le sue armi di distruzione di massa erano una minaccia per il mondo. Oggi sappiamo che era tutto un bluff, chi ha ordito questa messinscena? La cruenta uscita di scena del dittatore iracheno ha generato la risposta dell’Islam con una escalation di tipo stragista e la formazione di gruppi terroristici che hanno toccato l’apice nel famigerato undici settembre, una data spartiacque che segna l’inizio di una nuova guerra di civiltà: ieri i nemici erano i bolscevichi, oggi i musulmani. Mentre il mondo piangeva le migliaia di morti della strage newyorkese qualcuno brindava per il ritorno al passato, quei politici, quei partiti, quelle organizzazioni, quelle nazioni che senza un mondo diviso in due non avrebbero avuto un futuro innanzi a se, tornavano alla ribalta pronti a riprendersi i business della guerra, i finanziamenti, l’economia perduta, il potere che la guerra porta in dote. Gli strumenti di indagine odierni ci consentono di sapere che le pericolosissime spie sovietiche di un cinquantennio di guerra fredda tali non erano; sappiamo che la C.I.A. li ha manovrati per plagiare l’opinione pubblica portando il mondo sull’orlo del baratro della guerra fredda che è sfociata nella lunga notte della caccia alla streghe, l’America di McCarthy e del Red Scure, il terrore dei rossi. Sta accadendo la stessa cosa? Qualcuno finanzia e manovra il terrorismo internazionale per condurre il mondo verso la strada dell’oblio? I terroristi di Al Qaeda e dell’Isis somigliano molto ai presunti sabotatori sovietici del tempo, curiose analogie ci devono fare riflettere. Prima di Trump ed ancor prima di McCarthy l’anticomunismo era presente in America abilmente montato dai rappresentati del Partito Repubblicano; l’arresto, il processo e la successiva condanna degli anarchici Sacco e Vanzetti avevano segnato il livello di guardia di quella marea persecutoria. La crisi economica ed i cambiamenti politici e sociali portarono alla nascita dell’House Committee Investigating Un-American Activities, una organizzazione che metteva sullo stesso piano gli estremisti nazifascisti o comunisti, ma dopo la fine della seconda guerra mondiale gli americani non esitarono ad individuare nei rossi il vero pericolo, anche perché si profilava all’orizzonte una guerra di supremazia nell’Europa post conflitto contro i sovietici. Si scatenò una vera e propria caccia alle streghe che vide coinvolti tra gli altri noti attori, sceneggiatori e registi di Hollywood rei di aver realizzato opere di propaganda comunista; molti tra loro furono condannati ad un anno di reclusione ed al pagamento di multe salatissime, costoro persero il lavoro anche se le colpe a loro ascritte erano immaginarie, servendo soltanto alla propaganda anticomunista. Il clima si fece sempre più incandescente, i rossi erano diventati il Nemico Pubblico Numero Uno, una minaccia non solo politica e militare ma un pericolo per la “way of life”, il sistema di vita americano. Oggi a distanza di anni accade la stessa cosa, il miliardario Trump pronuncia le stesse identiche parole nei comizi elettorali contro le minoranze islamiche. La propaganda post seconda guerra mondiale ebbe effetto, l’ideale anticomunista si radicò nell’opinione pubblica americana al punto che nel 1948 fu approvata la “Legge Smith” che incriminò i dirigenti del Partito Comunista Americano; tra gli esponenti della pubblica accusa il brillante e giovane avvocato Richard Nixon, futuro presidente degli Stati Uniti. Frattanto l’U.R.S.S. fece scoppiare la sua prima bomba atomica e le truppe cinesi spalleggiate dal Cremlino e guidate dal leader comunista Mao Tse-tung sconfiggevano le armate governative e filo americane di Ciang Kai-shek; l’impero rosso estendeva i propri confini, l’odio verso i comunisti raggiungeva negli Stati uniti il proprio apice. Comincia a brillare di una luce sinistra la stella di McCarthy, la sua tetra influenza sulla politica americana sfocia nell’approvazione della legge “McCarran-Walter” con il proprio corredo di provvedimenti antiliberali di tipo fascista; l’America diventò il paese delle intolleranze dove bastava un ragionevole dubbio per licenziare un dipendente o incarcerare un sospetto. Con un linguaggio semplice da uomo di campagna, davvero molto simile a quello di Donald Trump, Joe McCarthy cominciò a raccogliere simpatie in ogni angolo della nazione specie tra la massa dei conservatori; il suo potere aumentava a dismisura al punto che attaccò il generale George Marshall accusandolo di essere un complottista antiamericano. Perfino Ike Eisenhower sostenne la sua campagna elettorale, anche se alcuni esponenti del partito più cauti ed avveduti avevano visto in lui i germi di un fascismo antiliberale agli antipodi degli ideali del liberalismo americano. Nulla fermò il maccartismo, i Repubblicani nel ‘52 vinsero le elezioni e lui diventò presidente del Permanent Investigations Subcommittee proseguendo forsennatamente in una lotta senza quartiere che portò al rogo decine e decine di libri ritenuti sovversivi fino alla più grande vittoria politica di McCarthy ottenuta nell’agosto del ‘54: il Partito Comunista Americano fu messo al bando. Qualcosa però cominciava a scricchiolare nelle coscienze degli americani, molti avevano capito che dietro la spietata crudeltà del senatore del Wisconsin si nascondeva la sua sete di potere; cominciò a scendere nei sondaggi e fu scaricato dal partito che lo riteneva una figura politica ingombrante. Lui reagì attaccando duramente Eisenhower decretando al contempo la propria fine politica. Morì tre anni dopo dimenticato da tutti, ma il “maccartismo” era entrato nella storia, l’ansia di gruppi di cittadini americani che vedevano nemici in ogni dove aveva segnato l’epoca della caccia alle streghe, un periodo nero in cui 9500 impiegati della pubblica amministrazione furono licenziati senza motivo e 15000 si dimisero o finirono sotto inchiesta, altre migliaia di onesti cittadini subirono la stessa sorte in altri settori, 500 di loro furono arrestati, alcuni finirono sulla sedia elettrica, altri si suicidarono per la vergogna. Il bilancio della vita di McCarthy è impietoso, viene da chiedersi che cosa abbia fatto di buono questo personaggio discusso e deprecabile simbolo di una politica ottusa e feroce. Per descrivere quella di Trump gli storici useranno parole diverse?

di Giuseppe Barcellona

La guerra di Hollywood

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C’è una guerra invisibile proiettata nei maxischermi, non la vedi ma c’è. Conosciamo l’importanza delle propaganda di guerra, solitamente la associamo alle notizie dei media; la guerra di cui vi parlo si combatte nei cinema. E’ un metodo ingegnoso per fare propaganda, esaltare le gesta dei propri connazionali e denigrare i rivali, modificare la storia a proprio piacimento oppure riscriverla di sana pianta. E’ quello che da decenni fanno gli americani, alcuni sostengono che dietro il boom di Hollywood ci siano stati i finanziamenti segreti delle lobby legate alla guerra grazie alle quali l’industria cinematografica dapprima ha trainato l’economia americana e poi superato la crisi del secondo dopoguerra resistendo ai cambiamenti del mercato fino ai giorni nostri. Due celeberrimi film spiegano meglio il concetto, “Fuga per la vittoria” ed il recente “Il ponte delle spie”, ma gli esempi potrebbero essere molti altri. La guerra fredda teneva il mondo col fiato sospeso, dopo la parziale apertura di Carter ai sovietici questi ultimi invasero l’Afghanistan facendo ripiombare le due parti nel gelo; gli atleti americani e quelli di altre nazioni del blocco occidentale boicottarono le olimpiadi di Mosca e la cosa non fu gradita ai vertici militari stelle e strisce, nel linguaggio militare era un chiaro segno di debolezza. Cominciò così la discesa di Carter nei sondaggi al punto che il presidente americano dovette ordinare a Stansfield Turner capo della CIA una campagna propagandistica atta a contrastare le caricature fumettistiche che comparivano sulla Pravda in cui gli Yankee venivano raffigurati come dei conigli tremolanti. I servizi segreti americani diedero prova di efficienza allertando l’industria cinematografica nazionale che in pochissimo tempo e grazie ai finanziamenti della Casa Bianca girò il film “Fuga per la vittoria” un successo planetario di chiaro stampo propagandistico. Il bellissimo film che vide tra i protagonisti Silvester Stallone e Pelè celava un messaggio politico che in pochissimi anche oggi conoscono; gli eventi che hanno ispirato il film sono realmente accaduti ma sul suolo sovietico nell’estate del 1942 e videro protagonisti i giocatori della Dinamo Kiev che sfidarono battendo una selezione di ufficiali nazisti. Per aver osato sfidare ed umiliare sul campo le SS i giocatori sovietici furono assassinati; l’attaccante Korotkych fu torturato ed ucciso, gli altri vennero mandati nei campi di concentramento, alcuni furono trucidati nei giorni seguenti. Per anni il messaggio esplicito del super eroe americano che vince in ogni occasione si è materializzato nelle gesta di Silvester Stallone e la propaganda stelle e strisce si è attuata nella sottrazione di una storia popolare russa fonte di orgoglio nazionale al servizio della celebrazione metaforica del potere dell’occidente. Il comunismo alzerà bandiera bianca qualche anno più tardi e sarà ancora Silvester Stallone il protagonista di Rocky, l’ennesimo eroe americano che distrugge Ivan Drago. “Se io posso cambiare tutto il mondo può cambiare”, gli ufficiali sovietici si alzarono in piedi ad applaudirlo simboleggiando nel linguaggio della propaganda Reaganiana l’ammissione della sconfitta. Ed infatti poco tempo dopo il muro cadde, il comunismo finì e gli americani vinsero definitivamente la guerra fredda. Il cinema ha avuto un ruolo fondamentale poiché ha alimentato il consenso nel mondo degli Stati Uniti. Passano gli anni e la storia si ripete. C’è di nuovo il gelo tra Washington e Mosca, Putin ed Obama non vanno d’accordo; gli americani non godono più della simpatia ubiquitaria in tutto l’occidente ed ecco che Hollywood torna a sostenere l’America. E’ appena stato proiettato “Il ponte delle spie” con Tom Hanks attore protagonista in una Berlino degli anni cinquanta in piena guerra fredda. La storia si basa su un fatto realmente accaduto, le vicende di un avvocato newyorkese, James B. Donovan che è riuscito con una abilissima operazione ad ottenere il rilascio di due cittadini americani Francis Gary Powers pilota di un aereo spia e Frederic Pryor studente di economia arrestato dalla Volskpolizei in Germania Est; in cambio dei due è stato trattato il rilascio della spia sovietica Rudolf Abel, catturato dai servizi segreti americani. Lo scambio ha avuto luogo sul ponte di Glienicke tra Berlino Ovest e Potsdam, sul grande schermo tutti i protagonisti sovietici sono stati caricaturati, alcuni al punto da sembrar ridicoli; diverso anche il trattamento subito dalle spie catturate. Gli americani sono stati gentili col detenuto Abel, mentre i sovietici sono apparsi nelle vesti di torturatori; insomma l’ennesimo eroe stelle e strisce da un lato ed i cattivi sovietici dall’altro; il film si conclude con l’elogio dell’avvocato Donovan che è riuscito a liberare oltre diecimila prigionieri politici catturati dalle truppe di Fidel Castro a Cuba in seguito allo sbarco americano nella famigerata “Baia dei porci”. Altro falso storico, di eroico in quelle liberazioni non ci fu nulla, fu la più grande sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti che costò oltre cento milioni di dollari di allora, tra costi di guerra, risarcimento post bellico e riscatti, una autentica fortuna. I geniacci della C.I.A. hanno pensato anche a questo, vogliono riabilitare agli occhi della gente le disavventure cubane del giovane Kennedy? Il cinema serve anche a questo, cambiare le sorti dei conflitti, riscrivere la storia consegnando alla memoria realtà travisate nella speranza che nessuno mai le confuti. D’altra parte si sa, le bugie cinematografiche hanno le gambe lunghe specie quelle Hollywoodiane.

di Giuseppe Barcellona