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Storia militare

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (quarta parte)

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Al contrario di Toro, come ci racconta ancora il prof. Di Donato, San Giovanni in Galdo fu più fortunata «il bombardamento alleato per fortuna non colpì il paese, ma non centrò nemmeno le postazioni tedesche, ricordo che solo qualche colpo arrivò nei pressi del cimitero, la maggior parte caddero sulla collina di Toro che sovrasta   San   Giovanni  in   Galdo».   A conferma  dei colpi che arrivarono   nei   pressi  del cimitero, ho personalmente   rinvenuto,   grazie   ad   una   ricognizione   della   zona,   dei   frammenti   di   granate. Purtroppo la fortuna non fu allo stesso modo benevola con Toro, che ebbe la sventura di trovarsi esattamente lunga la direttrice del tiro dei cannoni alleati. Il pomeriggio del 12 ottobre Toro e la sua terra conobbero il fragore della guerra, bagnandosi le vesti con il sangue di due sue figlie innocenti. In maniera del tutto involontaria, due tiri chiamati tecnicamente di aggiustamento, centrarono il centro abitato: uno cadde nei pressi di Piazza San Mercurio, senza causare eccessivi danni; l’altro, purtroppo, centrò in pieno l’abitazione dalla famiglia Marcucci, causando la morte di Teresa Grosso di anni 36 (incinta di qualche mese) e Angelamaria Marcucci di anni 7. Questo il racconto di quel tragico evento, nelle parole di Nicola Marcucci, figlio di Teresa e fratello di Angelamaria, raccolte da Vincenzo  Colledanchise  (tratto  dal  sito Toro  Web)  «nel   sentire   i  boati  del   cannoneggiamento,   che devastavano la campagna del Grottone, Teresa si mise a richiamare angosciata i suoi figli maschi, Nicola e il fratello, credendoli lì vicino a giocare. Teresa continuava a richiamarli a squarciagola dalla finestra impaurita per non averli visti rientrare dopo il gran boato. Con lei cerano due figlie femmine: Maria, in quei giorni malata, si scaldava presso il camino mentre Giuseppina era intenta a rassettare la camera. Le grida disperate di Teresa furono improvvisamente interrotte   da   una   bomba   che   colpì   la  casa  del  “Grottone”.   La   bomba   aveva   centrato   una   parete   della   casa squarciandola facilmente, perché nel punto colpito passava il camino. La breccia procurata dalla bomba era stata fatale per Maria perché fu colpita mortalmente dai mattoni del camino divenuti micidiali proiettili. Per Maria, di nove anni, la morte fu immediata, mentre sua madre era stata colpita da una scheggia di pietra diveltasi dalla mensola della finestra, che la colpì alla testa. La casa colpita dalla bomba fu subito raggiunta dai carabinieri e transennata, per impedire a chiunque di penetrarvi. Solo il medico, don Nicolino fu ammesso a varcare quell’uscio per soccorrere le donne colpite. Ma don Nicolino ne uscì quasi subito per aver notato che per Maria e sua madre non cera più niente da fare. Giuseppina, invece, non correva nessun pericolo perché raggiunta da una piccola scheggia che l’aveva solo ferita. Insieme ai suoi fratelli fu condotta in casa dei nonni, mentre qualcuno provvide a richiamare il marito di Teresa dai campi dove era intento a lavorare. Il poveruomo, giunto esausto e disperato in paese, avrebbe voluto abbracciare i corpi di   Teresa  e  della figlia ma  non   gli fu possibile. Tentò di farlo risalendo dall’orto, ma anche quell’entrata posteriore era stata sbarrata. Quando finalmente poté entrare in casa, l’uomo pianse tutte le sue lacrime presso la moglie e la figlia morte dissanguate a causa dell’unica bomba che colpì mortalmente il paese durante l’ultima guerra mondiale.

di Antonio Salvatore

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (terza parte)

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[…] Lo stesso giorno, le prime pattuglie che entrarono nell’abitato di Gildone trovarono il paese già libero   dalle presenza nemica; il secondo Carleton and York  alle  prese anche   con  problemi  di trasporto dell’artiglieria, problema in parte risolto con l’impiego di jeep che rimorchiavano cannoni da 75 mm appartenenti al 1° Airlanding Light Regiment (della 1a Divisione Airborne), dal 5 ottobre sotto   il   comando   della   divisione   canadese,   la   notte   tra   il   9   ed   il   10   ottobre   raggiunsero e  si posizionarono su monte Verdone.   Da   questa posizione il 12 ottobre iniziarono un  fitto cannoneggiamento in direzione di San Giovanni in Galdo dove erano ben nascoste tre postazioni di artiglieria tedesca, che già da qualche giorno martellavano le colonne alleate. Questo momento segnerà una delle pagine più tristi della storia di Toro. Con questo piccolo scritto, esattamente dopo 70 anni, cercheremo finalmente di ricostruire la verità storica di quel tragico pomeriggio. Grazie allo studio di “tecnica e strategia militare” e grazie soprattutto alla testimonianza diretta del prof. Nicolino Di Donato di San Giovanni in Galdo, possiamo affermare con sicura e definitiva certezza, che   Toro   non   fu   mai   l’obbiettivo   del   cannoneggiamento   alleato,   così   come   da   troppi   anni raccontato. L’obiettivo erano le artiglierie tedesche posizionate nelle campagne di San Giovanni in Galdo. Le prove a corredo di questa tesi sono diverse: tra le quali: se l’obiettivo fosse stato Toro, crediamo che i colpi che avrebbero centrato il paese sarebbero stati molti di più e non solo due, come in realtà avvenne; la testimonianza del sig. Diomede Ciaccia il quale afferma di ricordare lo spostamento   di   un   cannone   tedesco   nelle   campagne   di   San   Giovanni   in   Galdo;   l’inerzia dell’artiglieria alleata , la quale, benché fosse stata posizionata dal giorno 10 ottobre e bersaglio nel frattempo delle granate tedesche, iniziarono il cannoneggiamento sulla direttrice Toro-San Giovanni in Galdo solamente il giorno 12 ottobre; infine la fondamentale testimonianza del prof. Nicolino Di Donato «ricordo bene le tre e ben nascoste postazioni dei cannoni tedeschi, uno era posizionato nei pressi del Tempio Italico e altri due posizionati nei pressi del cimitero. I cannoni sparavano incessantemente già diversi giorni e ricordo che si fermarono per un brevissimo periodo di tempo al passaggio di un corteo funebre per la morte di un ragazzo. Inseguito, con i tantissimi bossoli dei proiettili abbandonati, molti sangiovannari ci fecero dei piccoli fornetti, uno dei quali conservo ancora oggi». Mentre discorrevamo sui ricordi di quegli avvenimenti, la testimonianza del prof. Di Donato si arricchisce di un dato assolutamente inedito e decisivo dal per confermare la nostra ipotesi «il giorno del bombardamento alleato, durante la mattinata, mentre passeggiavo con un mio amico, all’improvviso scorgemmo sulle nostre teste la presenza di un aereo che volava sopra le postazioni tedesche, la paura di essere mitragliati fu molta, tanto che ci buttammo immediatamente lungo il solco di un terreno arato, non so perché ma intuii che da lì a poco ci sarebbe stato un bombardamento, e così fu, infatti l’aereo che volava sui cieli di San Giovanni non era altro che una cosiddetta “cicogna”, atto a trovare e rilevare la posizione delle artiglierie tedesche ».Le artiglierie canadesi già pronte da due giorni, ma silenti per mancanza di informazioni, alle prime ore del pomeriggio del 12 ottobre, individuata l’esatta posizione delle postazioni nemiche iniziarono un possente bombardamento. […]

di Antonio Salvatore

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (seconda parte)

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[…]; Giuseppina Simonelli, frequentavo la terza elementare e all’uscita di scuola ricordo l’arrivo dei soldati tedeschi, rimasi sbalordita alla vista dei carri armati;  Giuseppe Iosue, arrivarono dal fiume Tappino e la cosa che mi è rimasta più impressa fu la presenza di due carri armati, uno venne posizionato in via Occidentale, l’altro tra Piazza del Piano e l’imbocco di via Marconi;  Diomede Ciaccia, ricordo che tra i primi mezzi tedeschi ad arrivare c’era un camion che trasportava un cannone, il quale venne posizionato nei pressi del Convento e da lì sparava verso Jelsi. Ricordo che questo cannone sostò a Toro un solo giorno; Olga Pietracatella, eravamo tutti terrorizzati tanto che venne fermato persino l’orologio da parete che avevamo in cucina per evitare che battesse le ore, così   da   evitare   qualsiasi   rumore in   casa.   E   ancora   sulla   permanenza   dei  tedeschi   in   paese: Giuseppina   Simonelli,  i   graduati   requisirono   la   casa   di   mio   zio,   il   sacerdote   Don  Giovanni Simonelli, utilizzandola come alloggio e dalla quale, al momento di andare via, sottrassero calici e altri oggetti sacri di valore. Ricordo che un giorno, armi in pugno, presero cinque ragazzi toresi e gli ordinarono   di   riempire   diverse   taniche   di  acqua   presso   il   pozzo   dei   Magno;  Giuseppe  Iosue, ricordo la continua e quotidiana richiesta di animali; Diomede Ciaccia, ricordo che la situazione era tranquilla e  serena,  infatti furono  organizzate  anche  delle  cene  con gli Ufficiali tedeschi  a  cui partecipavano mio padre, il Podestà, il Segretario Comunale, Don Achille Magno e l’Arciprete di Toro, il quale usando la lingua latina riusciva a fungere da interprete. Questo clima di dialogo venne bruscamente interrotto dai tedeschi al momento dell’arrivo di un nuovo Ufficiale, giunto in paese a bordo di un sidecar. Il 9 ottobre, con obbiettivo Gildone, due battaglioni della 3a Brigata di fanteria canadese avanzarono lungo la Statale 17: il primo Royal 22° Regiment prendendo la direzione di Jelsi raggiunse ed entrò nella cittadina di Riccia, ormai abbandonata dal nemico. Il giorno seguente, mentre i tedeschi su autorizzazione di Kesselring arretravano la linea difensiva di circa 7 chilometri, la  Compagnia  C del  West Nova Scotia, nel tentativo   di  superare   il   torrente   Carapello,  venne duramente impegnata dal fuoco proveniente da postazioni di mitragliatrici che causarono diverse vittime. La mattina  dell’11  ottobre vennero prese le alture  oltre  il torrente  e la cima  di  monte Gildone, da dove, una volta posizionate le proprie artiglierie, iniziarono i tiri verso Campobasso, trai vari edifici centrati ci furono la caserma dei Carabinieri, il convitto Mario Pagano e il Seminario Vescovile al cui interno venne colpito a morte il Vescovo della città, Monsignor Secondo Bologna. […]

di Antonio Salvatore

1861, l'esercito Italiano a Campobasso (seconda parte)

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Con la breccia di Porta Pia e quindi la presa di Roma da parte dell’Esercito Italiano, il 21 settembre 1870, venne considerato ufficialmente concluso il fenomeno del brigantaggio. La città di Campobasso, dal 1861 fino agli ultimi anni del diciannovesimo secolo, oltre ad essere stata sede del 36° Reggimento Fanteria (Brigata Pistoia), al comando del Col. Gustavo Mazè de la Roche, 1861-62, registrerà, tra i reparti militari impiegati nella lotta al brigantaggio e quelli utilizzati come truppe di presidio le presenze del: C.do della Sotto Zona Militare di Campobasso, C.do della Zona Militare di Campobasso, C.do delle Truppe nella Provincia di Campobasso, 5° Rgt. Fanteria, 29° Rgt. Fanteria, 37° Rgt. Fanteria, 45° Rgt. Fanteria, 50° Rgt. Fanteria, 55° Rgt. Fanteria, Rgt. Lancieri di Milano, Rgt. Lancieri di Montebello, 6° Rgt. Granatieri, distaccamento del 2° Rgt. Granatieri, Btg. della Divisione “Chieti”. A completezza dell’informazione precisiamo che l’altro centro molisano ad essere stato sede di un Reggimento dell’Esercito Italiano è la città di Isernia con il 45° Rgt. Fanteria (Brigata Reggio), 1862-1864. Ma dove furono alloggiati i numerosi soldati transitati nel capoluogo molisano? Tra gli edifici resi disponibili dalla “secolarizzazione” dei beni ecclesiastici, furono individuati e destinati ad acquartieramento di truppe militari: l’ex Convento di Santa Maria delle Grazie, l’ex Convento di Santa Maria dell’Annunziata detto della Pace e l’ex Chiesa della Trinità. Costruito nel 1510 per servire come infermeria a tutta la comunità monastica della provincia minoritica di S. Angelo del Gargano, l’ex Convento di Santa Maria delle Grazie, raso al suolo prima dal terremoto del 26 Luglio 1805 e soppresso poi nel 1809, fu destinato a Caserma nel 1810.
Contiguo alla Caserma chiamata “Delle Grazie” nel 1846 fu inaugurato l’Ospedale Civile e Militare. Legato al quartiere di “Santa Maria delle Grazie” risulta particolarmente interessante, ai fini di questa ricerca, il documento datato 29 Marzo 1896 con cui la Giunta Municipale di Campobasso autorizza il mandato di pagamento di Lire 700.85 occorse per soddisfare la richiesta di lavori per il: «riattamento del selciato delle due scuderie A. e B. del quartiere S. Maria delle Grazie».  Richiesta pervenuta dal Comando del 2° Reggimento “Granatieri di Sardegna”, Distaccamento di Campobasso. Citando il 2° Reggimento “Granatieri di Sardegna” non possiamo non ricordare la figura del compositore Giuseppe Manente, molisano d’adozione dal paese di Guglionesi, dove ancora oggi riposano le sue spoglie mortali. Costruito nel 1589 e più volte soppresso (1806, 1809, 1867), il Convento di Santa Maria dell’Annunziata detto della Pace, venne destinato ed adattato e destinato a Caserma militare dal 1809 al 1880. Durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18), la chiesa della Pace fu di nuovo requisita per ospitarvi i prigionieri di guerra. Terminato il conflitto, fu trasformata in deposito per la benzina dal quale, il 21 Marzo 1922, si sviluppò un incendio che distrusse sia la chiesa che il Convento, causando la morte di tre persone.  Il tragico episodio, dal quale nacque poi un contenzioso tra l’autorità ecclesiastica e quella militare, risolto a favore della prima, portò alla restituzione di quello che rimaneva del complesso religioso al Vescovo Mons. Alberto Romita che, a sua volta, lo cedette ai Padri Cappuccini.  Il nuovo Tempio, dedicato al Sacro Cuore di Gesù, fu consacrato il 10 Ottobre 1931. Tra gli ex edifici religiosi trasformati in Caserme militari, il più importante e più volte oggetto di spinose e serrate trattative tra le autorità civili, religiose e militari è, sicuramente, quello della ex chiesa della Trinità.  Edificata nel 1504 e distrutta dal terremoto del 1805 la chiesa, dopo anni di difficili e tormentati lavori di ricostruzione, nel 1860 venne destinata ad alloggiamento di truppe regolari e deposito militare. 
Dopo circa quarant’anni, in cui l’ex edificio religioso diede albergo a migliaia di soldati italiani, il 31 Dicembre 1899 la chiesa fu riaperta al culto.  L’ultimo arresto nelle sue funzioni nell’esercizio del culto si registra durante la Grande Guerra, dove la Chiesa della Trinità fu adibita ad ospedale militare.  Nel 1927 la Chiesa della Trinità fu elevata a Cattedrale di Campobasso. Relativi alle vicende appena descritte risultano alcuni documenti, tra i quali: un documento del Consiglio Comunale di Campobasso, datato 27 Ottobre 1885, nel quale si dà comunicazione di due note, tra cui, quella del Tenete Generale Comandante della Divisione Militare di Chieti per il rinnovo del contratto per l’occupazione della Caserma della trinità: Il Presidente comunica al Consiglio una lettera del Comandante della Divisione Militare di Chieti in data 6 ottobre 1885 N° 4369, con la quale viene si giustificato a questo Municipio che il numero limitato dei militari attualmente acquartierati nella Caserma Trinità, dipende dal fatto che sono sotto le armi due sole Classi di Leva, ma quando con Novembre e Dicembre prossimo venturo sarà chiamata alle armi la Classe 1865, aumenterà la forza di questo Presidio e quindi la detta Caserma verrà occupata completamente. Ne sarebbe possibile riunire nel quartiere occupato dal Distretto le compagnie di Battaglione di Fanteria, non avendo il Distretto che i locali sufficienti per la chiamata delle Classi sotto le armi, eventualità non prevedibile a tempo fisso, ma che potrebbe succedere all’improvviso, ed è questo lo scopo pel quale a tutti i distretti sono assegnati locali esuberanti ai bisogni ordinari. Ne sarebbe conveniente sotto l’aspetto igienico, di discipline e di servizio, tenere senza una indeclinabile necessità la truppa permanentemente alloggiata in baracconi di legno. Per tali considerazioni il Sig. Comandante la Divisione Militare di Chieti dichiara non essere possibile dar corso favorevole alla richiesta di restituire a quest’Amm.ne Com.le il quartiere della Trinità.
Altro documento meritevole di attenzione è quello del Consiglio Comunale di Campobasso, datato 28 Novembre 1882, con il quale il Consiglio rinnova all’unanimità, per alzata di mano, al Genio Militare, il fitto dell’ex chiesa della Trinità per un ulteriore anno.  Il fitto, che ammontava a Lire 450, sarà l’ultimo stipulato e avrà la sua scadenza il 31 Dicembre 1893. Altresì interessante è, infine, un documento stilato dal Vescovo di Boiano, Mons. Francesco Maccarone, in data 26 Ottobre 1893, ed indirizzato al Prefetto della Provincia di Molise Comm. Luigi Vandiol, al quale il religioso chiese la restituzione della chiesa della Trinità: Campobasso aveva la sua chiesa intitolata alla SSma Trinità edificata nel centro della città, assai ampia e rispondente ai bisogni del popolo, ricostruita dal Comune dopo il terremoto del 1805 mediante dazio appositamente imposto sul pesce fresco e salato, dazio che si sta pagando dai cittadini di Campobasso dal 1825, e che in progresso di tempo è stato aumentato, massime poi al presente. Questo cespite di entrata è destinato unicamente alla chiesa, e non può essere altrimenti investito. Verso l’anno 1860 la chiesa in dissesto fu occupata dalle milizie mobili del Regio Esercito quivi convenute per la repressione del brigantaggio; ma cessato il bisogno, anziché restituirli al culto, continua a rimanere a disposizione dell’autorità militare la quale ne serve per pochi giorni all’anno in occasione della chiamata della leva, mentre per tale bisogno qualunque altro locale, agevole a trovarsi in detta città sarebbe acconcio. […] S. V. Illustrissima a trovar modo come provvedere altri locali per uso eventuali della truppa e contemporaneamente disporre che la chiesa della SSma Trinità mi sia nel più breve tempo possibile restituita libera e vuota: facendomi però salvo il diritto di prendere dal Comune l’adempimento dell’obbligo che esso ha di ripristinare al culto la detta chiesa mediante tutte le necessarie riparazioni occorrenti.
 
di Antonio Salvatore
 

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (prima parte)

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Sono trascorsi poco meno di ottant’anni da quel cupo ottobre 1943, quando anche il Molise fu attraversato dalla triste realtà della guerra, anche se, purtroppo, un amaro prologo già si era conosciuto con il tragico bombardamento alleato di Isernia il 10 settembre. Una delle direttrici strategiche per il passaggio delle truppe dell’8a Armata Britannica per la presa di Campobasso, fu la Valle del Tappino, infatti il 3 ottobre i tedeschi aprirono il fronte sul Fortore organizzandosi ad operare con la 29a Divisione Panzergranadier sulla direttrice Gambatesa-Campobasso per ostacolare l’avanzata nemica sul capoluogo. Nella notte tra il 5 ed il 6 ottobre, visti gli aspri combattimenti che si svolgevano lunga la costa a seguito dello sbarco alleato a Termoli, alla 3a Brigata canadese venne dato l’ordine perentorio di iniziare l’attraversamento del Fortore. Attraversamento che non si presentava facile per la distruzione del ponte “13 archi” e per il controllo della Valle del Tappino da parte di un battaglione del 15° Reggimento della 29a Divisione Panzergranadier. Il primo tentativo fu operato, senza successo, da una compagnia del Royal 22° Regiment, la quale fu respinta da un pesante fuoco nemico. La mattina del 7 ottobre alle ore 06.30, precedute dai i tiri dell’artiglieria del 66° Medium Regiment R.A., le compagnie d’assalto Carleton and York e quelle del battaglione West Nova Scotia, mossero par la cattura di Gambatesa e di Toppo Fornelli (altura nei pressi di Gambatesa). La battaglia fu cruenta e l’assalto fermato dall’accanita resistenza tedesca grazie all’apporto di due cannoni semoventi. Durante la notte però ai soldati tedeschi fu dato l’ordine dal proprio Comando di lasciare il paese e indietreggiare di qualche chilometro. Fu proprio il giorno 7 ottobre che reparti della 29a Divisione Panzergranadier in ritirata entrarono in Campodipietra, San Giovanni in Galdo e Toro, ecco alcune testimonianze: Nicola Rossodivita, ricordo che arrivarono dalla Fondovalle del Tappino in un giorno freddo e piovoso. Noi abitavamo in una delle prime case del paese e ricordo in maniera molto nitida che un soldato bussò alla nostra porta, era tutto bagnato e chiese qualcosa da mangiare, mio padre il quale parlava qualche parola di tedesco, in quanto era stato a lavorare come muratore in Germania, tra cui anche a Berchtesgaden nella villa di montagna di Hitler, il famoso Nido dell’Aquila, diede lui una pagnotta di pane, il soldato ricambiò regalandoci la sua cintura, che ho conservato per molti anni.

di Antonio Salvatore