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Intelligence nella storia (G. Zaffiri)

Connection Mafia & Intelligence USA

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Da documenti oggi declassificati, sappiamo che nel 1942 il Presidente USA Franklin D. Roosevelt chiese aiuto al boss Lucky Luciano, il quale dal carcere, garantì protezione dall’infiltrazione di agenti nazisti, fascisti, falangisti e giapponesi.

 

 

Il 2 febbraio 1942, in piena seconda guerra mondiale, il transatlantico francese Normandie,[1] la più grande nave del mondo, s’ incendia e si capovolge nel porto di New York. Per l’ Fbi, la polizia federale, e per l’ Oni, l’ Office of naval intelligence, è opera di agenti segreti nazisti, fascisti e falangisti nascosti nella Grande mela, o di incursori degli U boats tedeschi arrivati lì in quelle acque. Nei due mesi successivi al bombardamento giapponese di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941, il nemico aveva già affondato 48 mercantili americani nell’ Atlantico. La catastrofe della nave Normandie confermava che era urgente difendere i quasi mille km del fronte del porto dagli attentatori e dai sabotatori. Da esso passa ben un quarto dei commerci degli Stati uniti e partono centinaia di migliaia di soldati e tonnellate di armamenti, e a esso approdano masse di rifugiati anonimi e celebrità come Marc Chagall e Salvator Dalí. Se il porto veniva bloccato, si sarebbe rischiato di perdere la guerra. Un’ inchiesta successiva stabilirà - ma sarà vero? - che l’ incendio della Normandie fu accidentale. Ma non cambierà l’ ordine dato nel frattempo dal presidente Franklin Delano Roosevelt di proteggere con ogni mezzo il fronte del porto. Come, lo svelerà un rapporto segreto dell’ FBI, oggi declassificato.

 

«La Procura di New York e il DIO o “District intelligence organization” della marina» scrive l’ FBI «hanno preso contatto con la mafia che controlla il traffico portuale e il sindacato». Il loro tramite è Meyer Lansky, il gangster ebreo, socio e amico di Charles «Lucky» Luciano, il capo dei capi. Dal 1936, L.L., com’ è anche chiamato, sconta in un carcere di massima sicurezza dai 30 ai 50 anni per sfruttamento della prostituzione. Ma è disposto ad adoperarsi per l’ America. E ordina a uno dei suoi fidi, Albert Anastasia, di vietare scioperi, di inserire ufficiali di marina tra i portuali, e di fare presidiare il porto dai mafiosi. Di questa straordinaria collaborazione tra Roosevelt, i servizi segreti americani e il governatore dello stato di New York, Thomas Dewey, da un lato (Dewey è l’ ex procuratore speciale che ha incastrato «Lucky» Luciano) e cosa nostra dall’ altro, parla Richard Goldstein, un giornalista del “New York Times”, in un nuovo libro intitolato “Helluva town, The history of New York City during World War II” pubblicato nell’ aprile 2010. Il titolo del libro viene da un musical di Leonard Bernstein, “On the town”, del dicembre 1944, che racconta delle 24 ore trascorse da tre marinai nella Grande mela. Il libro è un affresco della vita in una New York tenuta oscurata a causa della guerra, dove 60 mila volontari sorvegliano il mare e il cielo per dare l’ allarme in caso di attacchi. Ma rende chiaro che se il porto di New York, «il bersaglio numero uno» dei nazisti, esce indenne dal conflitto, il merito viene attribuito in gran parte alla mafia. Che «Lucky» Luciano avesse collaborato con Roosevelt e il Pentagono era noto. Goldstein aggiunge tuttavia che cosa nostra partecipò alla difesa anche degli altri principali porti dell’ Atlantico e del Pacifico, alla cattura di agenti della Abwehr, il potente spionaggio militare nazista, e al repulisti dei fascisti e dei comunisti dai sindacati. E che garantì la sicurezza portuale a New York, mentre altrove in città scoppiavano gravi disordini, dagli scontri razziali di Harlem nel 1943 alle pericolose manovre eversive della Milizia cristiana, una delle progenitrici di quelle attuali, alle battaglie tra l’ “American German Bund”, un’ associazione schierata con Hitler, e i giovani ebrei americani. Pochi newyorchesi ebbero sentore della «Operation under world» come l’ OSS, “l’ Office of strategic services”, che svolse una funzione chiave in Italia, e da cui sarebbe poi nata la CIA, battezzò la mobilitazione della mafia. Il successo della operazione, condotta dalle autorità indusse lo stesso OSS a servirsi di «Lucky» Luciano per lo sbarco del 1943 in Sicilia, la sua terra natale, sempre con il consenso di Roosevelt. Il capo dei capi, trasferito in un più comodo carcere, si rivolse all’ omologo siciliano Calogero Vizzini per l’ intelligence e la logistica. Casse di armi, munizioni, medicinali e viveri con la scritta cubitale «L. L.» vennero paracadutate in Sicilia, informazioni e guide vennero fornite al Pentagono. Più tardi, la liberazione dell’ isola fruttò a Vizzini il grado di colonnello onorario dell’ esercito Usa e a «Lucky» Luciano l’ estradizione. In una lettera del 1946 a Thomas Dewey, il tenente Charles Haffenden, un agente segreto della marina, ne caldeggiò la causa: «Gli dobbiamo molto, ci ha permesso di cogliere il nemico di sorpresa». Sebbene libero, il gangster lasciò malvolentieri gli Stati Uniti. Lucky Luciano morirà ufficialmente d’ infarto, all’ aeroporto a Napoli nel 1962, all’ età di 65 anni, mentre sta partendo per l’ America, e verrà poi sepolto a New York, come aveva chiesto quand’era ancora in vita.

 

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

Fonte: “Corriere della Sera.it” del 26 agosto 2010

 

 

 

NOTE

 

 

1) Nave Normandie

 

Il Normandie doveva essere il più veloce transatlantico sulla rotta transatlantica per competere con la inglese “Queen Mary”, e doveva distinguersi per la sua lunghezza che per la prima volta superava i 300 metri.

Nel 1942 fu requisito dalla marina americana per essere convertito in nave trasporto truppe, [rinominato come USS Lafayette (AP-53)] con una capacità di trasportare oltre 10.000 soldati. Durante i lavori nel porto di New York, si sviluppò un incendio e il transatlantico si capovolse sotto il peso dell'acqua versata dai pompieri. Recuperato fu comunque disarmato nel 1946.

La situazione internazionale ne sconsigliò il rientro a Le Havre, specialmente dopo la resa della Francia alla Germania nel giugno del 1940. La nave rimase in banchina per due anni fino a quando i giapponesi non bombardarono Pearl Harbour il 7 dicembre del 1941. Quattro giorni dopo venne posta sotto sequestro dal Governo degli Stati Uniti d'America che ne decise la trasformazione in unità per il trasporto truppe verso l'Europa. I lavori iniziarono immediatamente, a cominciare dalla riverniciatura in grigio dello scafo e, in memoria dell'antica alleanza con i francesi, venne ribattezzata U.S. Lafayette.

I tempi stringevano, il lavoro procedeva febbrile e, forse, non con la cura e l'attenzione necessaria tanto che, il 9 febbraio, le scintille provocate dalla fiamma ossidrica di una saldatrice finirono su una pila di giubbini di salvataggio fabbricati in kapok, un materiale altamente infiammabile. Le fiamme divamparono in un attimo. Il sistema anticendio, pur efficientissimo, era stato scollegato a causa dei lavori e le manichette delle autopompe newyorchesi non erano compatibili con gli attacchi della nave francese. Fu l'inferno.

I battelli antincendio fecero del loro meglio ma fu tutto inutile, se non dannoso. Il loro intervento riempì i ponti di così tanta acqua che la nave si destabilizzò. In piena notte, alle 2.45, l'ex Normandie si girò su un fianco, rifiutandosi per sempre di diventare uno strumento di guerra. Il conflitto mondiale era entrato nel suo periodo più intenso e non c'era nè il tempo, nè la volontà, di rimuovere il transatlantico da quella, ingloriosa, posizione. Quella visione, entrata paradossalmente nel panorama quotidiano della città, colpì l'occhio del regista Alfred Hitchcock che la inserì in un suo film del 1942, I Sabotatori (Saboteur) che, tra l'altro, si chiude con un drammatico confronto sulla Statua della Libertà.

 

 

 

Scheda Tecnica

Costruttore: Cantieri dell Atlantico

Luogo di Costruzione: St. Nazaire Francia

Anno di Costruzione: 1930-1935

Varo: 29 ottobre 1932

Armatore: Compagnie Générale Transatlantique

Viaggio Nubile: 29 maggio 1935 Le Havre - New York

Nastro Azzurro: Conquistato nel 1935 e nel 1937

Stazza lorda: 83'423 tonn.

Lunghezza: 313.75 m

Larghezza: 36.40 m

Immersione: m

Velocità: 31 Nodi

 

 

Sistemazioni Interne

848 passeggeri in prima classe

665 passeggeri in classe turistica

800 passeggeri in terza classe

2213 Posti Totali

 

Equipaggio: 1345

 

 

 

 

Operazione “Gladio Rossa”

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Il 14 luglio 1948, alle ore 11,30, Togliatti, mentre in compagnia di Nilde Jotti usciva dalla porta secondaria in via della Missione dalla Camera rimaneva gravemente ferito alla nuca e alla schiena da tre    colpi, di cui uno lo mancava, sparati dal catanese Antonio Pallante, che veniva prontamente arrestato. Portato al Policlinico, Togliatti subiva un'operazione che durava due ore e un quarto, mentre circa  duecentomila persone sfilavano silenziosamente davanti al suddetto Policlinico. Dopo alcuni giorni,  Togliatti iniziava lentamente a riprendersi e il 31 luglio lasciava il Policlinico per andare a trascorrere la convalescenza, prima sul lago d' Orta e poi alla pensione di Santa Maria Maggiore di Toceno in val Vigezzo; dopodiché il 16 settembre rientrava a Roma.

La notizia dell'attentato provocava spontaneamente un'ondata di protesta popolare che sfociava in uno sciopero generale ancor prima di essere proclamato dalla CGIL. Così si registravano: a Torino, la FIAT veniva occupata e alle maestranze venivano distribuiti fucili e bombe a mano; a Genova, gli operai dell'Ansaldo isolavano la locale Prefettura e bloccavano le strade di levante - che porta a Chiavari - e di ponente - che porta verso Sestri, riuscendo ad impadronirsi perfino di 10 autoblindo dell'esercito che venivano ritrovate il giorno dopo abbandonate sulle colline intorno alla città; a Milano, al comizio del segretario comunista della CGIL Giuseppe Alberganti di Piazza Duomo asseriva che lo sciopero generale durava all'infinito; presso l'Abbadia San Salvatore, sul monte Amiata, i minatori armati occupavano la centrale dei telefoni dove passavano i messaggi tra il nord del paese ed il sud.

Il 16 luglio 1948 la Confederazione del lavoro ordinava la cessazione dello sciopero; il 18 luglio il ministro dell'interno Mario Scelba ordinava di procedere contro tutti coloro che avevano cercato di sobillare i disordini; venivano così arrestati 264 attivisti sindacali tra cui spiccavano 46 dirigenti, 4 sindaci, 25 dirigenti locali del partito comunista e 9 segretari di camere del lavoro.

Che cosa era successo ? Ebbene, Palmiro Togliatti e il partito comunista, in quanto fedeli alla via legalitaria propugnata dallo stesso Togliatti nel 1944, avevano ordinato di sospendere quello che stava per diventare, di fatto, un'azione insurrezionale.

E tale azione insurrezionale veniva chiamata in codice "Operazione Gladio Rossa"; praticamente si trattava di un'organizzazione paramilitare clandestina messa in piedi dal partito comunista italiano fin dal 1946 e che, in seguito all'attentato a Togliatti, stava per essere messo in pratica il cui fine ultimo era quello di sovvertire le istituzioni ufficiali e di prendere il potere.

La maggior parte delle presenti informazioni, confermate in seguito dal dossier ex sovietico denominato "Mitrokhin", provengono da dossier riservatissimi, oggi declassificati, provenienti soprattutto dal SIFAR (il servizio informazioni delle Forze Armate italiane attivo dal 1949 al 1966) e su informative delle prefetture, dei carabinieri inviati ai ministeri dell'interno e della difesa, presieduti, all'epoca, da Mario Scelba e da Paolo Emilio Taviani. Prima di tutto i corsi per formare i sabotatori era svolto tramite corsi per corrispondenza da Praga, i quali prevedevano principalmente lezioni su due materie:

"Come si possono fare li atti di sabotaggio ai ponti ferroviari e con quale esplosivo perché si abbia l'effetto desiderato" e "Per demolire un edificio militare cosa si deve predisporre". Gli aspiranti poi dovevano superare un esame davanti ad una commissione presieduta da un parlamentare del PCI.

Secondo il dossier Mitrokhin in provincia di Terni sarebbero stati occultati numerosi quantitativi di armi di vario tipo. Le formazioni clandestine erano strutturate essenzialmente in brigate, costituite da una forza variabile che poteva andare da un minimo di 20 uomini ad un massimo di 50.

Tra i tanti documenti venuti alla luce spicca la segnalazione fatta dal questore di Terni nel 1951 in cui si riferiva di una strana riunione del PCI di Orvieto, presieduta da un senatore eletto in quel collegio, dove veniva chiesto ai locali iscritti di consegnare un censimento dei comandanti dei carabinieri e dei funzionari di polizia, in cui dovevano essere riportati: le loro generalità, i loro paesi di origine, se erano alloggiati in caserma con famiglia o la via e il numero civico del domicilio privato, il comportamento tenuto nei confronti del PCI e del PSI, gli atti compiuti contro gli appartenenti dei due partiti, se avevano fatto eseguire rastrellamenti per requisire armi da fuoco e, infine, esplicito parere del locale segretario della sezione del PCI.

Inoltre c'è da segnalare che migliaia di uomini delle formazioni che avevano militato nelle brigate partigiane erano pronti praticamente all'insurrezione con il compito preciso di occupare tutti i punti chiave e nevralgici delle regioni centro-settentrionali.

 

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

Operazione Vaticano

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Durante il secondo conflitto mondiale furono molti i progetti tedeschi che rimasero sulla carta e non divennero operativi. Tra questi possiamo annoverare senz’altro il piano per rapire il Papa Pio XII.

Infatti subito dopo i giorni che seguirono l'armistizio dell’8 settembre 1943 tra l'Italia e gli anglo-americani, Hitler in persona pensò all' “Operazione Vaticano”, un colpo sensazionale che se sarebbe andato a buon fine avrebbe fatto, senza alcun ombra di dubbio, scalpore, ponendo altresì un grave problema di natura militare ma soprattutto politico agli stessi anglo-americani.

Fu proprio in una riunione tenutasi il 12 settembre 1943, due soli giorni dopo l'occupazione di Romada parte delle truppe tedesche, che Hitler diede al generale delle SS Karl Wolff (nato nel 1900 e già capo di Stato Maggiore delle SS, e dal 9 settembre 1943 comandante generale delle formazioni SS e di Polizia operanti in Italia) un importante ordine, speciale e allo stesso tempo segreto: occupare nel minor tempo possibile la Città del Vaticano, asportare e mettere al sicuro i tesori artistici e gli archivi del Vaticano, condurre al nord il papa Pio XII e l'intera Curia in un castello del principato del  Liechtenstein o nel castello di Lichtenstein nel Wuttemberg – quest’ultima sede verrà confermata alla  fine del conflitto dal maggiore delle SS Kappler -.

Questo progetto, dirà successivamente con una dichiarazione giurata lo stesso Wolff, apparve assurdo, e secondo quanto riportato dallo scrittore Dan Kurzman in “Obiettivo Roma” il suddetto Wolff era completamente atterrito dalla prospettiva di passare sui libri di storia come il rapitore del Papa.

Qualunque fossero i veri sentimenti di Wolff, sotto la sua supervisione fu ordinato il reclutamento di reparti di alto-atesini - che i tedeschi chiamavano sud-tirolesi - e di esperti in italiano, francese, latino e greco antico, affinché si potesse selezionare con assoluta certezza i documenti vaticani di notevole importanza per poi poterli portare via. Mentre il grosso del reparto scelto per tale missione avrebbe raccolto i tesori vaticani, come pitture, sculture, oro, per trasferirli in basi sicure in Germania. Intanto altri soldati di seconda scelta, circa duemila, avrebbe circondato la sede vaticana e lo avrebbe setacciato per scovare i prigionieri politici, gli ebrei, i disertori tedeschi e i soldati anglo-americani scampati alla prigionia lì rifugiatisi. Come si saprà dopo la fine del conflitto, il 1° ottobre 1943 nasce con gli alto-atesini della zona di Bolzano un gruppo quadri di 250 sottufficiali del “Polizei Regiment Sudtirol”, che diventerà poi il 29 ottobre il “1° SS.Polizei Regiment Bozen”, il quale verrà usato nei rastrellamenti a Roma e sarà poi coinvolto nell'attentato di via Rasella che causerà, il 23 marzo 1944, il massacro delle Fosse Ardeatine. Quindi, in ultima analisi, questi uomini di tale reggimento di SS.Polizia dovevano costituire l'ossatura per l'Operazione Vaticano. Ma chi dovevano essere e da dove era possibile prelevare gli esperti nelle varie discipline che doveva consentire di capire quali documenti poter portare via?

Ebbene, molti di quegli esperti appartenevano alla “Deutsche Ahnenerbe Forschungs und Lehrge-Meinschaft”, fondata dal Reichsfuhrer delle SS Heinrich Himmler nel 1935 e allo scoppio del secondo conflitto mondiale divenne a tutti gli effetti una divisione delle SS. Erano ricercatori suddivisi in più di 70 sezioni, tra cui facevano parte dei gruppi Erforschung, esplorazione, aufklarung, ricognizione, e beobachtung, osservazione. In parole povere l'SS.Ahnenerbe era l'Accademia delle Scienze del Terzo Reich.

Quindi, sulla carta, l'Operazione Vaticano venne studiata nei minimi particolari, con la meticolosa puntigliosità dei tedeschi. Comunque Wolff si accorse anche che se avesse reso operativo tale piano avrebbe gettato a mare l'ultima speranza di salvare la Germania dalla distruzione completa; in pratica vi furono sia opportunità politiche e sia quelle personali che fecero si che l'Operazione Vaticano non fosse mai attuato.

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

Operazione Terzo Fronte

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Nel settembre del 1939, allo scoppio delle ostilità in Europa, la "Divisione Affari Riservati" (DAR) del Ministro degli Interni (dalla quale dipendeva L'OVRA, diretta da Bocchini) inventava di sana pianta una organizzazione antifascista finta che era in realtà pilotata dai servizi segreti italiani, il cui probabile  nemico da rendere fessi era niente meno che l'Inghilterra.

L'ideatore era Luca Osteria, dirigente di una sezione speciale del DAR denominata "Ufficio Missioni  Estere", ligure, noto come "dottor Ugo", voleva creare un falso movimento di resistenza, chiamato “Terzo Fronte” e i cui affiliati erano chiamati "tigrotti", da mettere in collegamento con gli agenti inglesi in Svizzera. Il fine ultimo doveva essere quello di anticipare una eventuale analoga mossa  degli inglesi. L'Ufficio Missioni Estere era nato nel 1929, composto da pochi elementi fissi e da molti collaboratori esterni, dipendeva amministrativamente dalla Presidenza del Consiglio e tecnicamente dal DAR. Fu proprio tale ufficio che riuscì ad infiltrare uno dei suoi nel Centro estero del PCI e a far credere di aver creato una rete di cospiratori falsi i cui membri erano ritenuti autentici comunisti.

Dal 1927 al 1943 si succederanno alla guida del DAR Michelangelo di Stefano e Guido Leto e proprio costoro inoltreranno tale piano alle supreme autorità politico e militari italiane.

Così per circa un anno “Terzo Fronte” agì come semplice organizzazione politica antifascista, per potersi creare un solido prestigio con gli inglesi, riuscendo così bene che persino degli antifascisti italiani emigrati, come Ignazio Silone, diedero la loro adesione a tale organizzazione, del tutto ignari di aver aderito nientedimeno che all'OVRA.

Il braccio armato di “Terzo Fronte”, chiamato i tigrotti, cominciarono a mandare, per il canale svizzero, alcune informazioni sapientemente elaborate, ovvero notizie verosimili ma false che potessero in qualche modo convincere gli inglesi. Così che tutte le segnalazioni relativi a incidenti, guasti e interruzioni alla produzione bellica, venivano selezionate dall'Ufficio Missioni Estere e quelle che potevano passare come “sabotaggi” venivano comunicate agli inglesi.

Esempi eclatanti furono: 1) incendio ad una fabbrica per la produzione bellica, tecnicamente venivano  fatte passare per atti di sabotaggio; 2) deragliamenti di treni, fatti anch'essi passare per atti di sabotaggio; 3) gli inglesi mandarono così ben 2.500 kg di esplosivi ai tigrotti; 4) nel Gargano, nel tratto della costa adriatica tra le cittadine pugliesi di Peschici e Vieste, un sommergibile inglese scaricò, nella notte del 14 giugno 1943, alcuni contenitori destinati a "Terzo Fronte", pieni di esplosivo plastico e altri ordigni per compiere azioni di sabotaggio.

In conclusione possiamo affermare che lo scopo con cui fu organizzato tutta l'operazione "Terzo  Fronte" era stato conseguito: quello di evitare che li inglesi organizzassero una propria rete di spie e di aver dato agli inglesi informazioni manipolate, cioè false ma abbastanza credibili. A fine conflitto, gli inglesi, controllata la relazione di Osteria, ebbero conferma della lunga beffa subita, digerirono male il rospo, ma alla fine conclusero che Osteria era un tipo che ci sapeva veramente fare.

Addirittura, sei anni dopo la fine della guerra, nel 1951, gli proposero, ricevendone risposta negativa, di collaborare con l'Intelligence Service di Sua Maestà Britannica.

 

 

 

 

 

ARTURO BOCCHINI

 

 

Fedele sostenitore del regime fascista, gentiluomo meridionale, burocrate compito, bassotto, corpulento, profumato e vestito alla moda, amante dei ristoranti di lusso e tombeur de femmes, Arturo Bocchini si era messo al servizio di Mussolini subito dopo la marcia su Roma a cui aveva solo assistito.

Promosso così Prefetto e assegnato a vari sede delicate, diventava capo della Polizia nel 1926, dopo il siluramento di De Bono, prima, e di Crispo Moncada, dopo. Aveva tre compiti da assolvere: sconfiggere il sovversivismo bolscevico, mantenere l'ordine pubblico e sconfiggere la mafia. Quest'ultimo compito venne assegnato, in seguito, al famoso prefetto di ferro, Cesare Mori. Così Bocchini si era concentrato sugli altri due compiti, ottenendo dal duce: carta bianca per riorganizzare la Polizia, una speciale legislazione per una “maggiore tutela dell'ordine pubblico”, e una cifra astronomica per pagare i delatori.

L'apogeo si raggiunse nel 1927 con la creazione a Milano del primo “ispettorato speciale”, da cui, 3 anni dopo, sarebbe nata la famosa polizia politica segreta detta "OVRA" (Opera Vigilanza Repres-sione Antifascismo).

Fino ad arrivare a novembre del 1940, ovvero 5 mesi dopo l'entrata in guerra dell'Italia, allorquando Bocchini, colpito da emorragia cerebrale, sarebbe morto dopo una penosa agonia.

 

 

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

 

 

Mafia & Intelligence Usa in Sicilia [2ª parte]

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Tra il 1943 e il 1945 la Mafia coopera con gli Usa

Secondo documenti declassificati di recente negli Stati Uniti, aggiungiamo un altro importante tassello a un argomento poco trattato nella storiografia ufficiale: la collaborazione non presunta ma effettiva che ci fu tra la Mafia e i servizi segreti anglo-americani prima, durante e dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia.

Il controspionaggio statunitense, come già visto nel passato articolo “Operazione Lucky Luciano” del 22 maggio 2007, ricorse inizialmente ai servigi della Mafia, con la mediazione di Salvatore Lucania (conosciuto come Lucky Luciano) e dei fratelli Camardos e Frank Costello, per smantellare la rete di spie naziste che operavano nei porti della costa orientale statunitense.

Da cosa nacque cosa, come si suol dire. Infatti, dopo l’abrogazione dei decreti del prefetto Mori, dal 1942 parecchi mafiosi o ritenuti tali rientravano in Sicilia e iniziavano ad arruolare persone nelle loro organizzazioni che stavano mettendo in piedi clandestinamente. Tanto che a Castelvetrano cominciò ben presto a funzionare un’emittente clandestina; e un’altra venne messa in piedi in un appartamento nel mezzo del centro di Palermo. Così, anche tramite locali pescatori arruolati tra le loro file, iniziarono lo spionaggio a favore degli anglo-americani, fornendo notizie sulle infrastrutture militari presenti in Sicilia, la dislocazione e la consistenza dei militari dell’Asse presenti sull’isola.

Sempre dal 1942 erano già presenti sull’isola: il colonnello Charles Poletti, futuro governatore militare, ospitato presso l’Abbazia di Monreale, da dove, vestito da frate, e con uno staff tutto mafioso, aiuterà e dirigerà per radio le truppe da sbarco americane; il colonnello britannico Hancock, arrivato in Sicilia nell’aprile del 1943, e ospitato presso Gela in casa del futuro onorevole democristiano Arturo Verderame, oltre ad un buon numero di agenti segreti anglo-americani. Per gli americani era già operativa una apposita squadra, la “Target Section” del “Naval Intelligence Service” a cui apparteneva William Donovan, colui che aveva convinto Lucky Luciano ad appoggiare gli anglo-americani nell’invasione della Sicilia. Per gli inglesi iniziava ad essere operativa un reparto speciale che provvederà a sminare parte del litorale tra Gela e Licata con l’aiuto di uomini in odore di Mafia.

Poi, dopo l’invasione, molti capi mafia ottennero cariche amministrative importanti; per esempio, don Calogero Vizzini ottenne la carica di Sindaco della cittadina siciliana di Villalba e nella cerimonia del suo insediamento fu salutato con grida di “Viva la mafia!”. Addirittura un altro capo dei capi, tale don Vito Genovese, diventò il “braccio destro” e aiutante del governatore Poletti; mentre altri mafiosi diventavano interpreti o uomini di fiducia. In pratica la mafia, con questo atteggiamento americano, si riorganizzò, riacquistando l’antico potere e l’indiscussa influenza.

 

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

Mafia & e intelligence Usa in Sicilia [1^ parte] Operazione Lucky Luciano

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La storia ufficialmente riferisce che la Mafia non collaborò con gli americani per facilitarli nell'invasione della Sicilia, quindi in ultima analisi quest'aiuto non c'è mai stato. Invece secondo dossier declassificati e secondo il libro "Mafia e politica" scritta da Michele Pantaleone,  si racconta un episodio alquanto misterioso. Il 13 luglio del 1943, tre giorni dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia, un aereo USAF mentre sorvolava Villanba, lanciò un foulard con una elle cucita con dentro un messaggio di Lucky Luciano diretto al boss siciliano don Calò Vizzini, con la precisa richiesta di "cosa nostra" in America alla mafia siciliana di permettere e garantire una tranquilla avanzata ai soldati statunitensi della VII Armata del generale Patton diretti a Palermo. E in effetti, da quelle parti, non avvennero grossi scontri, mentre viceversa gli inglesi di Montgomery impegnati sulla costa orientale della Sicilia, diretti verso Messina, incontrarono una forte resistenza da parte tedesca che li impegnarono in aspri combattimenti. Tutto questo lo si ottenne grazie al boss di "cosa nostra" in USA, Lucky Luciano [nato come Salvatore Lucania, a Lercara Friddi il 24 novembre 1897 e deceduto a Napoli il 26 gennaio 1962]. Costui, già condannato a 30 anni di carcere il 17 luglio del 1936, fu inviato al penitenziario di Dannamore, ai confini col Canada, conosciuto come "Sing Sing", al "Clinton State Prison" di Dannamore, presso il villaggio di Malone nello stato di New York, ricevendo il numero 92168. Tale penitenziario era conosciuto col nome di "Siberia" per la vita che vi si conduceva. Allo scoppio del conflitto, veniva trasferito a Great Meadow Prison in Comstock, nello stato di New York. Proprio lì, ci furono degli incontri segreti con agenti della CIA (Central Intelligence Agency) e con agenti del servizio segreto navale col fine di poter riuscire a sorvegliare i moli del porto di New York e a sgominare i sabotatori e gli agenti segreti tedeschi che vi operavano. Si dice che la cosa fu possibile in quanto Lucky Luciano fece intervenire il cosiddetto "fronte del porto", la mafia presente nei porti statunitensi.

Di conseguenza, per i suoi servigi resi agli Stati Uniti, Lucky Luciano, seppur condannato a 30 anni di reclusione, veniva rilasciato nel 1945, alla fine della guerra, anche se doveva tornare in libertà nel 1966.

Nel gennaio del 1946 gli veniva commutata la pena, con la condizione di partire per l'Italia.

Così alle 8,50 di sabato 10 febbraio 1946 Charles Lucky Luciano partiva dagli Stati Uniti a bordo della nave "SS.Laura Keene".

Solo dopo la sua morte Lucky Luciano potrà tornare negli States per poter essere sepolto al "St. Cemetery" di New York.

La sua vita è riportata sul libro di Rodney Campbell "The Luciano Project", sul libro di Feder & Joesten "Luciano Story" e su un altro libro di Martin A. Gosch & Richard Hammer "The last testament of Lucky Luciano".

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

 

 

Le principali azioni di controspionaggio militare in Italia

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Il SIM (Servizio Informazioni Militare) ottenne importanti risultati anche in Italia. Occorre segnalare che alla fine del 1941 il suo organico era pressoché raddoppiato dall'inizio della guerra con 300 ufficiali, 600 sottufficiali ed altrettanti specialisti di truppa, con più di 9000 informatori. Le sezioni più importanti risulteranno:

1) la sezione P, specializzata nel "frugare" nelle sedi diplomatiche straniere,

2) la sezione V, specializzata nella intercettazione e decrittazione, composto da un gruppo di ufficiali, formati negli anni Trenta dal colonnello degli alpini Vittorio Gamba,

3) la sezione diretta dal tenente colonnello Giulio Fettarappa Sandri, specializzato nella caccia alle spie e nel loro "rivoltamento" secondo copioni che la sua squadra elaborò con fantasia. Fettarappa organizzò finte evasioni di agenti, colpi di mano e sabotaggi contro nostre postazioni militari (dai danni minimi ma riportate con dovizia di particolari sui quotidiani), e neutralizzò intere reti di potenze nemiche in Italia. Questo primato fu mantenuto fino a tutto il 1942, e per stessa ammissione di storici anglo - americani, non permise una reale infiltrazione nel territorio italiano:

«  Scoprì e neutralizzò o controllò la maggior parte degli agenti inviati in Italia dai britannici, compreso il solo radio operatore italiano infiltrato dai britannici nell'Italia del Nord - che il Sim gestì senza che egli si rendesse mai conto d'essere sotto controllo  »

 

(Thaddeus Holt, The Deceivers, New York 2004.)

 

Ma vediamo una lista dei successi di Fettarappa e dei suoi uomini:

«  il SIM [riuscì] ad inserirsi profondamente nelle organizzazioni avversarie di spionaggio e sabotaggio operanti contro il nostro paese dalla Svizzera, dalla Francia non occupata, da Malta; ad entrare in collegamento radio diretto con gli organi dei servizi nemici dislocati in Egitto, a Gibilterra, a Malta, a Mosca e nella Francia non occupata. Ciò consentì di [...] stroncare nettamente tentativi di sabotaggio effettuati dal servizio britannico operante dalla Svizzera e rivolto contro le nostre industrie belliche e le nostre linee di comunicazione; a individuare fin dall'origine numerose azioni dello spionaggio nemico, catturandone emissari o volgendoli a nostro favore; a fornire al nemico notizie artefatte sulla nostra situazione militare in relazione alle esigenze operative, ad annientare la rete dello spionaggio francese operante nella Francia non occupata; a lottare contro lo spionaggio sovietico in Italia; a reprimere tentativi di sabotaggio da parte di una rete polacca al servizio anglo-russo; a catturare un'organizzazione spionistica operante in Italia al soldo americano ed una rete informativa operante in Italia per conto del Servizio svizzero; a controllare centri nemici muniti di stazioni radiotelegrafiche costituiti a Palermo, Torino, Bolzano, Milano, Genova; ad identificare l'anello di congiunzione esistente tra il Servizio inglese ed i partigiani slavi  »

 

(SIFAR, Il servizio informazioni militare italiano dalla sua costituzione alla fine della seconda guerra mondiale, Roma 1957.)

 

Forse di qualche interesse è il fatto che la rete sovietica neutralizzata fosse annidata all'interno del Vaticano. Non è infine da escludere che i canali sapientemente costruiti dal SIM possano essere stati utili, col volgere negativo del conflitto nella prima metà del 1943, a lanciare qualche sorta di messaggio oltre le linee nemiche. Fettarappa è infatti tra gli uomini utilizzati dal Comando Supremo nella delicata fase tra il 20 agosto e il 3 settembre 1943 per tenere contatti con gli anglo - americani.

 

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

 

Nel 1942 operazione Sauer

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Nel 1942 il controspionaggio italiano scopre a Roma una rete del NKVD sovietica con sede a Ginevra e divisa in “cellule” operativamente autonome: una di queste è attiva a Roma.

Un’operazione condotta dai carabinieri porta all’arresto del cittadino svizzero Roberto Steiger che consente di risalire a tutti i componenti dell’intera cellula. In casa di tale Gerdonem, finlandese, in via delle Fornaci, viene scoperta, dietro un termosifone, una cassaforte contenente un apparecchio rice-trasmittente, cifrari e materiale crittografico. Dalle indagini risulta che i sovietici ricevono informazioni in codice dal 1940 senza che il centro di intercettazione di Forte Braschi abbia mai captato i messaggi.

Gerdonem confessa: il capo-rete è un ufficiale sovietico “colto e preparato” che lascia le istruzioni agli agenti in una grotta in valle Giulia.

Anche questi, arrestato, collabora, rivela le frequenze e le procedure, consentendo la decodificazione dei messaggi provenienti da Mosca.

Vengono successivamente arrestati: don Kurtna, lituano, conoscitore delle lingue ugro-finniche, traduttore del Vaticano, studioso di teologia e amante di una donna russa, un capotreno della linea Svizzera–Italia e, infine, Kurt Sauer, di origine boema, ma di nazionalità tedesca, addetto culturale dell’ambasciata tedesca a Roma che fa a sua volta il nome di Gaetano Fazio, altro svizzero.

Il caso fa scalpore: Sauer è diretto collaboratore di Kappler. La sola presenza di una rete sovietica a Roma, poi, anche se affidata a personaggi perlomeno inconsueti (improbabili filologi, teologi e sacerdoti - ma il mondo delle spie propone spesso figure di questo tipo-) che raggiunge, anche se marginalmente, gli ambienti del Vaticano, che ha inviato messaggi in URSS senza che il centro italiano sia riuscito per molto tempo a intercettarli e che annovera, infine, fra i suoi aderenti, l’addetto culturale dell’ambasciata tedesca a Roma, rappresentano fatti di una certa gravità per le autorità italiane e tedesche.

E’ proprio la nazionalità tedesca a costituire, in sede di giudizio, un’aggravante per Kurt Sauer che viene condannato a morte. La stessa sentenza condanna Roberto Steiger all’ergastolo e Gaetano Fazio a trenta anni di reclusione. La fucilazione avviene il 6 giugno 1943.

 

 

di Gabriele Zaffiri

Rete Spionistica ispano-giapponese TO

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Secondo documenti recentemente declassificati, si è venuto a conoscenza che nel 1942, il ministro degli Esteri spagnolo, Ramón Serrano Suñer, aveva creato un gruppo di spionaggio che operava negli Stati Uniti e in Canada al soldo del Giappone. Attivo fino al 1944, la sua direzione fu affidata al falangista Ángel Alcazar de Velasco.

Andremo a esaminare più in dettaglio l’attività presunta di tale rete spionistica.

Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, Ramón Serrano Suñer avrebbe cercato di guadagnarsi il favore del Giappone offrendo tale iniziativa all’ambasciatore giapponese in Spagna, Yakichiro Suma, fornendo in segreto copie dei dispacci degli ambasciatori spagnoli a Washington, Londra, Río de Janeiro e Buenos Aires. Serrano cercava nel nuovo socio dell’ Asse un alleato per rinforzare la sua posizione politica che nel frattempo si era deteriorata. Tali informazioni passate ai giapponesi erano inviate a Tokyo da Suma etichettati come “inteligencia Suñer”. Purtroppo per Serrano i codici giapponesi, già da parecchio tempo, erano stati decifrati dagli statunitensi e il ministro spagnolo risultava così agli occhi di Washington come un collaboratore dei nemici degli USA.

Il passo successivo dell’Ambasciatore Suma fu di sollecitare l’aiuto a Serrano per la creazione di una rete di spie in America che potesse procurare informazioni al Giappone, utilizzando agenti spagnoli. Il Giappone poneva sul piatto il denaro e la Spagna gli agenti. Il ministro spagnolo al momento convenuto, offriva di fornire servizi per le comunicazioni e, nel caso, anche passaporti di copertura.

Per il compito di formare e dirigere da Madrid la rete di spionaggio filo-giapponese in America, Serrano scelse un uomo di sua fiducia, come già riscontrato in questo campo: Angel Alcazar de Velasco, avventuriero senza scrupoli, falangista, era stato espulso mesi prima dalla Gran Bretagna perché conduceva attività di spionaggio a favore dell’ Abwehr tedesca. Velasco rapidamente conquistava la fiducia dei giapponesi mentre nel frattempo continuava a garantire una rete di 21 agenti in Gran Bretagna e inoltre garantiva il fatto che poteva fare qualcosa di simile anche in America.

Così nel gennaio del 1942 nasceva la rete spionistica TO. Termine che significa "est" e che si preoccupava più di contrastare l'esercito statunitense, concentrandosi sulla sezione G-2, la quale monitorava le comunicazioni giapponesi, e ben presto cominciò a decifrare i messaggi che contenevano informazioni inquietanti provenienti da una misteriosa rete spionistica. L'FBI battezzerà questi messaggi come "Span- Nip ", in riferimento alla componente ispano-giapponese del gruppo.

Alcazar de Velasco aveva iniziato la sua attività negli Stati Uniti assumendo due falangisti: José de Perignat, a New York, e José Martínez, a San Francisco. Non è chiaro chi nell'Ambasciata di Spagna a Washington fece le prime comunicazioni. Potrebbe essere stato l'ambasciatore Cardenas o qualcuno dei direttori o addetti militari.

I piani per inviare quattro nuovi agenti negli Stati Uniti furono sventati quando la stampa yankee iniziava una campagna giornalistica, segnalando l’ambasciata giapponese a Madrid come il centro di reclutamento di agenti destinati per l'America. Velasco optò apparentemente con il modo più semplice, reclutando giornalisti in grado di coniugare il giornalismo con lo spionaggio. Inviavano le loro informative con inchiostro invisibile nascoste in lettere o in storie apparentemente innocue destinate per i loro giornali.

Un altro problema fu l'alto costo della rete spionistica. L'organizzazione spionistica di Velasco costò ai giapponesi la non trascurabile cifra di 500 mila dollari, pari a sei milioni di pesetas dell’ epoca. Gli americani decifrarono 21 messaggi inviati da Madrid a Tokyo nel mese di agosto 1942, 9 nel mese di settembre e 8 nel mese di ottobre, dopo due anni di monitoraggio. La qualità delle informazioni erano diverse, ma la maggior parte erano tratti da periodici e quotidiani alleati, apparentemente senza alcun valore. Questo suggerisce che Alcazar de Velasco, (come faceva prima con i tedeschi), inventava o fabbricava parte del materiale informativo che presentava ai giapponesi. Sicuramente la sua rete non era così ampia o ben informata come invece cercava di far credere, ma Tokyo dava a tali notizie come se fossero di vitale importanza.

I tentativi di reclutare nuovi agenti con la missione diplomatica o consolare, come Fernando de Kobbe, console di Spagna a Vancouver, non riuscì. L'uso di giornalisti come Penella de Silva, del quotidiano di Madrid, Jacinto Miquelarena di ABC o Francisco Lucientes corrispondente di YA, non dava i risultati sperati. In alcuni casi si è rivelata un'arma a doppio taglio. Il giornalista Guillermo Aladrén immediatamente si offrì agli americani come agente doppio, e abilmente gestito dagli agenti del G-2, fu utilizzato per mesi affinché depistasse Tokyo con informazioni false, ma credibili.

Non sapremo mai quale fu la portata reale della rete spionistica TO. Alcazar de Velasco, sempre fantasioso, parlò nel dopo-guerra di 30 agenti alle sue dipendenze, ma è probabile che furono molto meno e che la capacità di questo avventuroso falangista sovradimensionava la realtà per ottenere maggiori vantaggi economici a proprio vantaggio.

In ogni caso l'attività della rete spionistica TO terminò bruscamente nel maggio 1944. Nulla si è venuto a sapere con certezza se si trattava di una vera e propria rete spionistica o di un inganno colossale ingenuamente pagato dai giapponesi.

 

 

di Gabriele Zaffiri

 

 

Negli anni ‘ 30 : Operazione Infiltrazione

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L’ “Ufficio Missioni Estere” era una sezione speciale della “Divisione Affari Riservati” del Ministero degli Interni ed era composto da poche elementi fissi e da molti collaboratori occasionali ed esterni; un organismo che era nato nel 1929 e che finì la sua azione operativa nel 1943. Era autonoma dal punto di vista operativo. Tra le sua poche ma brillanti azioni, ci fu quella che permetterà di infiltrare uno dei suoi agenti speciali presso il Centro Estero del Partito Comunista Italiano, facendolo passare per autentico comunista. I risultati a cui si giunse con questa infiltrazione furono alquanto soddisfacenti. Da considerare il fatto che molti anni dopo, gli stessi membri del PCI riconobbero il successo dell’operazione nell’infiltrare un agente e nell’aver saputo creare una rete cospirativa fasulla in Italia i cui membri erano ritenuti degli autentici anti-fascisti e filo-comunisti.

E proprio Giorgio Amendola nel suo libro dal titolo “Storia del PCI, 1921 – 1943”, Editori Riuniti, pubblicato nel 1978, accenna a tale evento. Infatti riferisce che un’inchiesta interna al PCI, condotta da Giuseppe Berti, mandato da Mosca con funzioni ispettive per controllare l’attività del Centro estero e del Centro Interno del PCI, e riportato in un rapporto datato settembre 1938, non portarono a nessuna rivelazione clamorosa. Anche se il sospetto di infiltrazioni all’interno del PCI restava in tutta la sua gravità. E che le attività del PCI erano in gran parte conosciuti e tenuti sotto controllo dalla Polizia, come confermato da documenti da poco declassificati e conservati negli archivi dello Stato.

Il piano di tale infiltrazione nel PCI che culminerà con la successiva creazione di una rete cospirativa fasulla la si doveva a un uomo che allora era poco più che trentenne, di carnagione bruna, con capelli lisci e neri, dall’aspetto meridionale ma ligure di nascita: Luca Osteria, il responsabile della sezione speciale “Ufficio Missioni Estere”. Era noto anche come “Dottor Ugo”, fu l’uomo che creò appunto un falso movimento di resistenza antifascista da mettere in collegamento con la rete di agenti segreti inglesi che operavano in Svizzera. Il fine ultimo di questa finta organizzazione, denominata “Terzo Fronte” e il cui braccio armato era chiamato “Tigrotti”, doveva essere quello di anticipare una eventuale possibile analoga mossa degli inglesi, cercando di crearsi un solido prestigio agli occhi degli inglesi; e vi riuscirà così bene che persino alcuni antifascisti emigrati caddero nel tranello: parliamo dell’ ex deputato socialista Filippo Amedeo; di Piero Pellegrini, direttore del giornale ticinese socialisteggiante “Libera Stampa”; di un certo Kramer, un capotreno svizzero di lingua italiana; di un certo Italo Cantalupo, operaio di Maslianico della cartiera Burgo; di Pietro Buzzi, un libraio di Chiasso, elvetico in contatto già da tempo con agenti inglesi; e perfino di Ignazio Silone. Quest’ultimo addirittura farà pressioni affinché tale movimento cospirativo, così efficiente, non dovesse lavorare a esclusivo beneficio degli inglesi.

Da riferire, per finire, che nel 1951, quando gli inglesi scoprirono l’inganno, proposero a Luca Osteria addirittura di collaborare con loro, l’Intelligence Service, ricevendone però una garbata risposta negativa.

 

di Gabriele Zaffiri

Operazione Bianca Sannino Tam

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L’operazione fu condotta dalla signora Bianca Sannino, vedova Tam, vedova di altri due o tre mariti, e narrata, quando era ormai anziana nonna, in una autobiografia intitolata  “Tè all'oppio”, Milano, Mondatori, 1985, pp.259.

Nell’ottobre 1936, Bianca Sannino, giovane signorina della buona borghesia torinese,  e tipica liceale degli anni Trenta, e Tam Giam Ciau, giovane ufficiale dell'esercito cinese, allievo della nostra Accademia militare, contrassero matrimonio, senza forse aver valutato abbastanza le difficoltà, cui sarebbero andati incontro una volta in Cina, data la situazione di quel paese, alle prese con la guerra civile e con l'aggressione giapponese. Una volta rientrato in Cina nel 1939, Tam fu destinato a prestar servizio nella provincia più arretrata della Cina,Guizhou, il posto meno adatto per portarci la bella, bionda moglie occidentale, la quale era già rimasta scioccata dal primo impatto a Canton con la famiglia del marito, tutta dedita alla tradizione confuciana. Dopo un anno circa erano consensualmente separati, lei a Shanghai con i figli (ne ebbe quattro), ancora piccoli, mantenuta dal marito che le faceva pervenire delle rimesse; lui al fronte ma, da buon cinese, confortato da una concubina.

La situazione andò avanti fin quando le rimesse in denaro pervennero regolarmente ma, per l'aggravarsi del conflitto con il Giappone, presero a diradarsi per poi finire del tutto. Quando giunse la notizia (rivelatasi poi erronea) della morte del marito (morirà in battaglia molto tempo dopo) si pose per Bianca Sannino il problema della sopravvivenza per lei e per i figli. Grazie alla sua bellezza, alla sua eleganza, alla conoscenza delle lingue, ad un notevole spirito di intraprendenza e alla mancanza di inibizioni, lo risolse sia nel modo più classico, collaudato da secoli, sia divenendo informatrice e spia per conto dei giapponesi, non disdegnando neppure di dedicarsi al contrabbando dell'oro. Poté così superare le difficoltà degli anni di guerra, ma quando questa terminò si ritrovò nelle prigioni cinesi, con l'accusa di spionaggio a favore dei Giapponesi: un'accusa che nel 1945 la fece condannare alla pena capitale. Ma evidentemente Bianca Sannino non doveva fare la fine di Mata Hari: gli interventi in suo favore furono tanti che alla fine la pena le venne commutata nell'espulsione dalla Cina. Sul finire del 1946 poté ritornare in Italia, dove rimase fino alla morte, avvenuta all'età di 77 anni, il 14 ottobre 1993, non senza aver prima raccontato le sue avventure nell'autobiografia sopra citata.

A pag. III, Anno XI, numero 36, de “Il Foglio Quotidiano”, di sabato 11 febbraio 2006, usciva un interessante articolo dal titolo “1939, tre spie italiane a Shanghai. Doppiogiochisti fra Cina e Giappone. C’era pure una contessina di nome Bianca”. Ebbene leggendo l’articolo a firma di Antonio Talia, riuscivo a sapere che l’Italia aveva in Cina agli inizi del secondo conflitto mondiale una rete di spie che popolava Shanghai degli anni trenta.

Ebbene è bene precisare che nel 1933 i rapporti tra l’Italia mussoliniana e quella della Cina nazionalista erano molto buoni. Mentre nel 1937 iniziarono a diventare pessimi, quando il Patto Anti-Komintern che legava Roma a Tokyo suscitarono le ire dei cinesi che ne risentirono soprattutto per l’arrivo a Shanghai delle truppe giapponesi che instaurarono un governo filo-nipponico presieduto da Wang Ching Wei. Il comando della polizia segreta cinese in città è affidata al generale Liu Hai-Cheng il quale comanda ben 900 uomini, sia cinesi che stranieri, impegnati in varie attività segrete.

Così testualmente continua  a riferire il suddetto articolo: “ E l’intero ultimo piano di un ristorante di  Nanking Lu è stato requisito da Nancy Li, la vedova di un diplomatico cinese che collabora con i giapponesi. La casa è raffinata, ospita solo militari e uomini d’affari, e tra le ragazze c’è la contessina Bianca Sonnino Tam, passata nel giro di pochi anni dalla villa di famiglia in Liguria alle lanterne rosse della Concessione Francese. Bianca è bionda, bella, parla inglese, francese, e un ottimo mandarino imparato dal marito Tam Giam Chao, un pilota cinese che ha studiato all’Accademia militare di Modena. Si è arenata a Shanghai dopo averlo scoperto con una concubina della base militare di Tuyun, ha due figli con sé, e l’offerta di reclutamento di Nancy Li arriva proprio quando si interrompono gli assegni di Tam. Tutte le confidenze a cui si abbandonano i clienti importanti nel letto di Bianca vengono trasmesse a Kesoke Kuarata, un ufficiale dell’ esercito giapponese di stanza a Nanchino che qualche tempo dopo aumenta la posta in gioco: Bianca ha vissuto nella base di Tuyun, sa com’è costruita e ha visto le armi utilizzate dai Flying Tigers, i piloti americani agli ordini del leggendario Lee Claire Chennault che aiutano i cinesi. Bianca accetta di vendere le informazioni: si trova pur sempre in una città fatta in un certo modo,…………………….

Nel 1945 i nazionalisti cinesi intercettano una lettera di Nancy Li, arrestano Bianca e la condannano a morte per le informazioni che ha fornito ai giapponesi. Ottiene la clemenza per intercessione di monsignor Antonio Riberi, nunzio apostolico in Cina, e nel ’46 viene rimpatriata. Negli anni ottanta scriverà “Tè all’oppio”, un libro di memorie infarcito di descrizioni dei suoi incontri erotici. E’ morta nel ’93.”

 

di Gabriele Zaffiri