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Temi globali

L'Italia tra i primi dieci esportatori di armi al Mondo

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In Africa 18 miliardi di dollari all'anno vengono spesi per uccidere migliaia e migliaia di persone, sofferenti per la povertà. Su 500 milioni di Salw (armi piccole e leggere) circolanti nel mondo, ben 100 milioni si trovano clandestinamente nel continente nero. Questo emerge dallo studio, aggiornato dell'Archivio Disarmo. Il report di Maurizio Simoncelli è stato esposto nell'ambito del convegno “Africa, Continente in cammino”, a Roma, presso il Seraficum, Università Pontificia di Roma. “Le spese militari dell'Africa sono andate crescendo costantemente dal 1990 a oggi”. Così Simoncelli, vicepresidente dell'Archivio Disarmo, apre il suo studio sul commercio di armi in Africa. Gli embarghi delle Nazioni Unite, che cercano di bloccare le vendite regolari di armamenti tra stato e stato, vengono aggirati da traffici clandestini. Queste armi provengano dagli arsenali di conflitti conclusi, da quelli di guerre in atto in aree vicine, da forze di sicurezza che le vendono o le noleggiano, da governi simpatizzanti, da importazioni esterne all'Africa stessa. Come ricordato, in Africa i costi connessi ai conflitti armati ammontino a circa 18 miliardi di dollari all'anno, annullando completamente gli effetti positivi degli aiuti allo sviluppo. Armi e munizioni vengono vendute anche attraverso i mezzi di comunicazione come Facebook, il che ha permesso di rilevare la presenza in Libia di munizioni provenienti dalla turca Özkursan, dalla belga FN Herstal, dalla portoghese Fábrica Nacional de Munições de Armas Ligeiras FNMAL, dalla russa Barnaul Cartridge Plant CISC, dalla SNIA italiana, dalla cinese Industria di Stato 31 e così via. Il violento gruppo jihadista nigeriano Boko Haram, che ha dichiarato incondizionata adesione all'Isis, per esempio, si è rifornito non solo al mercato nero nell'Africa centrale, occidentale e settentrionale, ma anche direttamente dai depositi delle forze armate e di sicurezza della Nigeria, che a sua volta le aveva acquistate da Italia, Francia, Cina, Russia, Ucraina, Repubblica Ceca, Israele, Sudafrica e Emirati Arabi Uniti. Secondo il rapporto “Armi leggere, guerre pesanti”, nel 2014 le esportazioni italiane di pistole, fucili e carabine sono state pari a 453 milioni, lievemente inferiori al 2013, ma superiori alla media del decennio. Quindi con l'aumentare della crisi economica in Italia sono aumentate anche le esportazioni di armi del nostro paese. Proprio nel momento in cui si parla di un intervento in Libia di cui l'Italia dovrebbe assumere il comando, vengono esportate in tale paese proprio le armi. Oltre alla Libia, anche nel resto del Maghreb sono andati molto bene gli affari delle imprese italiane, Beretta in testa. Nel complesso sono ammontate a circa 30 milioni di euro le esportazioni di pistole, fucili, carabine e simili verso quelle regioni. Insieme al Nord Africa anche il Medio Oriente, dall’Arabia Saudita alla Siria, compresi Iran e Iraq sotto l’attacco degli assassini del Califfato dell’Isis, ha ricevuto dall’Italia un buon numero di pistole. L'incremento maggiore è nell'area nordafricana, dove si è passati dai 3,8 ai 18, mentre nell'Africa subsahariana la crescita è dai 14,1 ai 24,7. Pistole, fucili e proiettili prodotti in Val Trompia, verso inviate in territori martoriati dell'Africa da cui fuggono i disperati che cercano di scampare alle carneficine. Per cui si può ipotizzare che contribuiscano all'aumento del numero dei rifugiati nel nostro paese. L'Italia, tra i primi 10 esportatori di armi al mondo, grazie alla centralità nel Mediterraneo da un lato e all'elevata qualità e affidabilità dei prodotti nostrani, è stata in grado di sviluppare un florido commercio di armi con i paesi del Nord Africa i quali, poi, hanno fatto circolare le nostre armi per l'intero continente, facendo sì che oggi ne esportiamo anche in Sud Africa. Il 6% delle maggiori armi convenzionali esportate in Africa sono italiane e solo Ucraina, Russia, Cina e Francia ne hanno esportate di più. Per quanto riguarda le Salw e relative munizioni, tra i paesi dell'Ecowas che l'Italia ha rifornito ci sono Ghana, Mali, Nigeria e il Senegal,per un valore di poco inferiore ai 2 milioni di dollari. Considerato ciò, è lecito pensare che molte armi made in Italy siano finite in mano a ribelli, terroristi o semplici civili dei paesi confinanti, così come è già accaduto per le armi russe e statunitensi. Clamorosa la classifica mediorientale. Dopo Emirati Arabi Uniti e Israele, Paesi saldamente al comando nella classifica dei compratori regionali di armi bresciane, crescono Kuwait (+286%, per 4 milioni di euro di spesa) e soprattutto il Libano, con 2,1 milioni di euro di acquisti (+72,1% rispetto al 2012) nonostante sia sottoposto a misure di embargo per le armi. I cali più importanti, segnalati da Opal, riguardano Messico e India, quest’ultima a seguito delle recenti restrizioni. Altro Paese che si conferma grande acquirente delle armi bresciane e’ la Turchia con 24 milioni di euro tra armi e munizioni nel 2013. Un dato in diminuzione rispetto ai 36,5 milioni del 2012. Ma il maggior importatore di armi leggere italiane sono gli Stati Uniti con il 42% del totale. In Usa le armi italiane sono molto apprezzate, soprattutto dopo che nel 1985 l’esercito americano decise di adottare per i propri soldati la pistola Beretta M9, rimasta in dotazione in tale esercito fino alla fine dell’anno passato, ed ancora molto usata. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla Costituzione oculatamente protetto dalla Nra (National Rifle Association), ritenuta una delle lobby americane più potenti. Per contro la grande diffusione di esse è da ritenersi causa di numerosi incidenti, conflitti a fuoco e delitti.

di Antonio Frate

Il business dei malware

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Le finalità dei malware sono molteplici ma, certamente, una delle più comuni è quella di rubare informazioni. Ogni dato sottratto alla vittima è una possibile fonte di guadagno. Da una ricerca “Symantec 2013” (Symantec 2011), azienda leader nella produzione di software destinato a salvaguardare la sicurezza dei computer da attacchi informatici, risulta evidente come l’economia nascosta dietro il furto di dati per- sonali possa portare a guadagni notevoli. Ma qual è realmente la portata del fenomeno? Quanto guadagno c’è dietro un malware? Uno studio effettuato presso l’Università di Mannheim, Germania in collaborazione con Vienna University of Technology, Austria (Thorsten Holz 2008) ha analizzato il mercato legato ai malware “Limbo“ e “Zeus“, tra ottobre e aprile 2008, i numeri sono incredibili, non solo per il guadagno ma anche e soprattutto per l’impressionante numero di dati personali rubati da queste due applicazioni malevoli. In soli 6 mesi, questi malware, hanno permesso un guadagno tra i 700.000 e i 6.000.000 di dollari. E’ evidente come il mercato dei malware sia una realtà allettante per molte persone, un’economia sommersa che vale: 105 miliardi di dollari, (Schipka 2007) con decine di migliaia di partecipanti. I numeri sono davvero notevoli, le 5 società più ricche al mondo (Meoni 2013), in termini di utili, non riescono a tenere il ritmo. Neanche la “Exxon-Mobil“, principale compagnia petrolifera al mondo, con i suoi 44,88 miliardi di dollari, riesce a colmare questa distanza. Ma se questo è comprensibile, sorprende constatare come la “malware economy“ si inserisca di forza nel mercato di quei crimini mondiali cosiddetti “tradizionali”.. Solo il traffico di droga riesce a fruttare, coi i suoi 320 miliardi di dollari, un “utile“ maggiore. Il codice malevolo si colloca al secondo posto staccando notevolmente il traffico di persone e la “contraffazione“. La Malware Economy S.p.a. sembra non conoscere crisi: i criminali utilizzano tecniche del mercato libero per costruire e strutturare un business corrotto. Questa economia sommersa presenta le stesse peculiarità di un’economia tradizionale: divisione del lavoro, concorrenza, marketing e così via, il tutto accelerato dalle crescenti potenzialità e risorse offerte dalla rete. Ciò che sorprende è il livello di specializzazione di questo mercato, paragonabile a un centro commerciale con molteplici negozi, ognuno dedicato a una tipologia di prodotto, che competono tra di loro offrendo il miglior prezzo e il miglior servizio possibile. Proviamo, ora, a vedere come si sviluppa il mercato di un cyber-crime. Il primo passo viene compiuto dai “malware Writers“ che sviluppano virus, spyware e trojan per infettare sistemi informatici. Gli sviluppatori di malware, tuttavia, non vendono direttamente i loro prodotti, lì immettono sul mercato e li offrono per “scopi educativi“ o di ricerca, garantendosi in questo modo una sorta di immunità da procedimenti giudiziari. La presenza di nuovi virus (o lo studio di nuovi virus) attira l’attenzione di una seconda figura: i “Malware Distributor“, che fungono da intermediari. Essi setacciano il mercato alla ricerca di nuovi codici malevoli: per 250$ riescono ad acquistare malware personalizzati secondo le proprie esigenze e  aggiungendo 25$ al mese possono garantirsi anche un’assistenza costante, in modo da poter usufruire di continui aggiornamenti che permetteranno al malware di sfuggire ai rilevamenti di antivirus. Questi intermediari, che acquistano i malware da programmatori, si affidano a dei “Botnet Owner“, “gestori di botnet“, per diffonderli nella rete. Una botnet (S. Ippolito Carlo 2010) è una rete di computer infettati che vengono controllati da remoto da un altro computer. Questi “sistemi vittima“ sono normalmente poco protetti e appartengono, quasi sempre, a persone ignare di quello che sta accadendo, che diventano strumenti in mano a criminali informatici. Queste botnet sono utilizzate da professio- nisti dello spam per inviare massicci quantitativi di posta elettronica attraverso l’installa- zione di software nascosto che trasforma tali computer in server di posta ad insaputa dell’utilizzatore. Una volta che il malware è diffuso il “Malware Distributor“ può comodamente aspettare le informazione e le identità digitali rubate. Una volta ottenuti i dati il criminale può iniziare a venderli. “Un’identità“ viene venduta per circa 5$, essa comprende il nome completo della vittima, i dati del passaporto, carta di identità o patente di guida, numeri di carta di credito e coordinate bancarie. Il servizio messo a disposizione dai questi “cyber-ladri“ identificati come “Identity collector“ è molto raffinato, essi possono offrire le identità digitali rubate in base a diversi criteri: nazione di provenienza, posizione lavorativa, credito presente sulle carte di credito, etc. Vi sono anche categorie di intermediari specializzati: “Credit card User“. Essi trasformano le identità rubate direttamente in contanti, comprano informazioni come numeri di carte di credito rubate e le utilizzano tramite un “drop service“ (servizio a goccia). Questa struttura si occupa di acquistare beni di consumo e di rivenderli tramite siti realizzati ad hoc o direttamente a dei drop. Un “drop“ è una persona che riceve beni acquistati tramite carte di credito rubate, normalmente sono anche loro criminali o semplici creduloni allettati da facili guadagni. Questo servizio è tanto efficace quanto semplice. L’intermediario acquista dei beni tramite le carte di credito rubate, normalmente telecamere, cellulari, computer, su siti on-line e li invia ai “drop“, che a sua volta li rivende, subito on-line. Questo meccanismo è un po’ come lavare le carte di credito rubate. In sistema tanto articolato e capillare non poteva mancare un “Guarantee Service“, questo servizio di garanzia, interposto tra le diverse figure criminali, offre una forma di assicurazione. Un fornitore di “drop service“, ad esempio, può utilizzare questa struttura per garantire al “credit card“ user un pagamento anche se gli acquirenti di prodotti risulteranno insolventi. Un “Guarantee Service“ fornisce, soprattutto, un servizio di deposito a garanzia, funge da intermediario tra venditore e acquirente, tutto passa attraverso di lui: merce venduta e pagamento. Se tutto rispetta gli accordi presi, il pagamento viene sbloccato e i prodotti inoltrati al destinatario. Normalmente un “Guarantee Service”, per questa tipologia di servizio, trattiene il 2-3% del valore della transazione. Questa tipologia di servizi mette in evidenza come questo mercato si stia raffinando e sviluppando, diventando una realtà preoccupante. Un altro segno della crescente “economia“ legata ai malware è il continuo miglioramento della qualità del “codice malevolo“. Gli autori di malware lavorano sodo per testare i loro prodotti contro i software anti-virus. Offrono garanzie che un determinato virus o trojan non verrà rilevato tramite l’antivirus corrente. Se i produttori aggiornano il loro software, l’autore del malware fornirà una nuova versione capace di eludere le nuove tecniche di rilevamento. I programmi anti-virus convenzionali si basano su Firme per rilevare i malware. Una firma è simile ad un frammento di DNA che identifica il virus e lo separa dai dati reali. Come un nuovo malware viene alla luce, fornitori di anti-virus aggiornano la loro lista di “firme“ e i malware writers rispondono creando un nuovo virus.

di Vincenzo Lena

 

La polarizzazione etnica in Iraq e l’avanzata delle forze dell’ISIL

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La creazione del governo iracheno potrebbe essere l’unica soluzione all’avanzata delle forze estremiste dell’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) nel nord del paese. Da parte americana e di altri paesi esteri, tra cui il Regno Unito, si chiede a Maliki di fare un governo di emergenza che preveda una maggiore autorità per i sunniti e per i curdi, ma Maliki, il cui blocco ha vinto le elezioni dello scorso aprile, ha pubblicamente dichiarato che questo sarebbe un attentato alla costituzione e si è impegnato a formare un nuovo governo entro il 1 luglio. La responsabilità della classe politica irachena nell’insorgenza di questa nuova crisi e, in primis, del governo in carica, è grande: essi hanno fallito nel raggiungere una formula costituzionale adatta a superare i contrasti riguardanti la distribuzione dei poteri e delle risorse, il federalismo e le relazioni stato-regioni oltre che il sentimento dominante di alienamento da parte dei sunniti e le relazioni tra gli organi del potere esecutivo e legislativo. Dopo la caduta di Saddam Hussein la minoranza sunnita del paese è stata messa in disparte dal governo e questo ha portato alla nascita ed al progressivo intensificarsi di una serie di proteste contro quella che viene definita una persecuzione settaria. Da parte sunnita, le proteste si sono intensificate già dalla fine del 2012 in seguito all’arresto per ragioni politiche di 10 guardie del corpo del ministro delle finanze iracheno Rafia al-Issawi, preminente personaggio politico sunnita di Anbar. Qualche mese prima il vice presidente Tariq al-Hashemi era stato costretto a fuggire in Turchia per scampare ad una condanna a morte per l’accusa di aver avuto un ruolo in una serie di 150 attentati ed attacchi avvenuti fra il 2005 ed il 2011. Durante il 2013 la protesta dei sunniti è stata intensa, contro ingiustizia, marginalizzazione, politicizzazione del sistema giudiziario e mancanza di rispetto della costituzione e, soprattutto, contro il primo ministro al-Maliki accusato di creare fratture settarie tra sunniti e sciiti e di essere al soldo dell’Iran. Di questa protesta si sono avvantaggiati il gruppo terroristico affiliato ad Al Qaida, chiamato “Stato Islamico Iracheno” (ISI), le Brigate Rivoluzionarie del 1929 e l’Esercito Naqshbandi, i quali hanno operato perché il diffondersi e l’intensificarsi del dissenso sunnita si trasformasse in insorgenza. Come risultato nel 2013 circa 10.000 persone, soprattutto civili, erano stati uccisi in tutto il paese. Nel 2007, gli americani avevano capito che solo l’alleanza con i sunniti avrebbe permesso loro di avviare il paese verso la stabilizzazione, ma la lezione è stata dimenticata dal governo iracheno. Più di 1000 persone sono già state uccise ed altre 1000 ferite da quando ISIL ha iniziato, due settimane fa, la sua avanzata sul suolo iracheno. Molte sono state le esecuzioni sommarie di soldati dell’Esercito iracheno e delle forze di polizia, ma altrettante sono le vittime civili. Inoltre ci sono già migliaia di famiglie che stanno lasciando il nord del paese per sfuggire all’avanzata estremista. Oggi le notizie riportano di centinaia di abitanti sciiti e turkmeni dei villaggi vicino a Mosul, che è stata presa dai militanti di ISIL all’inizio di giugno, stanno cercando di entrare nelle aree controllate dai curdi. Dal punto di vista militare gli Stati Uniti, che per ora hanno escluso un intervento di terra, hanno cominciato ad inviare i primi di 300 consiglieri che dovranno supportare l’esercito iracheno sia in fase di raccolta dell’intelligence e valutazione dell’insorgenza sia nella creazione di un centro operativo. Essi dovranno valutare la coesione delle forze di sicurezza irachene, stimare la minaccia e fare raccomandazioni su come ottimizzare la risposta. Ci si aspetta che i risultati di questa attività possano arrivare attraverso la catena di comando entro due o tre settimane. Alcune missioni di ricognizione aerea statunitensi stanno sorvolando ogni giorno le aree più critiche e stanno fornendo informazioni all’esercito iracheno. Da queste rivelazioni è chiaro che i combattenti di ISIL continuano a solidificare le loro posizioni man mano che avanzano, che non hanno alcun problema nell’attraversare il confine tra Siria ed Iraq e che continuano a premere verso il centro ed il sud dell’Iraq costituendo un pericolo reale per Baghdad. E’ notizia recente che i militanti di ISIS abbiano catturato la più grande raffineria irachena a Beji, a nord di Tikrit. Un portavoce di ISIS ha dichiarato ieri, 29 giugno, ad Al Jazira che è stato creato una califfato (obiettivo strategico di ISIS) che va da Aleppo in Siria fino alla provincia di Diyala in Iraq e che il capo di ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, è il nuovo califfo ed il leader di tutti i musulmani nel mondo. Intanto, nel perseguirle il suo obiettivo, ISIS sta probabilmente facendo convergere gli obiettivi strategici, prima divergenti, del regime di Bashar al Assad, dell’Iran, degli Stati Uniti e dell’Iraq in una cooperazione contro una minaccia alla sicurezza regionale, anche se il rifiuto degli USA di avviare fin da subito iniziative militari sta lasciando spazio agli aiuti militari di altri paesi, come la Russia, che ha consegnato all’Iraq 10 jet da combattimento Sukhoi (Su-25). D’altra parte, l’avanzata jihadista sta dando una nuova direzione anche ai rapporti tra Kurdistan ed Iraq. All’avanzare dei combattenti verso Kirkuk, città petrolifera da tempo contesa dal Kurdistan all’Iraq, i Peshmerga curdi sono entrati nella città e ne hanno assunto il controllo per difenderla: per il Primo Ministro del Governo Regionale del Kurdistan Barzani, quella offerta da ISIS è un’occasione speciale per dimostrare la propria capacità di difendere gli interesse delle aree rivendicate dal paese e per utilizzare la capacità militare dei Peshmerga come una leva per ottenere dal Governo Iracheno indipendenza nella vendita del gas prodotto dalle regione. E’ ancora presto per capire cosa succederà ma questo è il momento della ponderazione. Un intervento militare dell’Iran rischierebbe di esacerbare la crisi perché sarebbe visto come un’occupazione persiana/sciita in un territorio arabo sunnita; un intervento di terra degli USA è stato escluso da Obama e, comunque, anche un intervento aereo mirato o l’uso di forze speciali non avrebbero alcuna utilità senza un ruolo effettivo dell’esercito e della polizia iracheni e senza un governo capace di fare le riforme necessarie. Da più parti si comincia a riparlare di federalismo e di tre regioni come unica soluzione per tenere insieme lo stato Iracheno.

 

di Elisabetta Trenta

 

 

La guerra vista da Ennio Remondino

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“La guerra viene raccontata dal vincitore. Ed è in atto una digitalizzazione delle comunicazioni” così ha dichiarato l’ex corrispondente Rai Ennio Remondino durante la lectio magistralis tenuta all’Università del Molise lo scorso 29 ottobre. Fino a qualche decennio fa la televisione era un prodotto costoso, e solo in pochi potevano farla, oggi è alla portata di tutti o quasi. La guerra da sempre è una scelta politica, si combatte per conquistare i migliori territori fino a raggiungere l’odierna guerra "umanitaria". La bugia è un obbligo istituzionale, è fatta per ingannare l'avversario. Da sempre non c'è mai stata una sconfitta, ma una ritirata strategica, come ad esempio "la rotta di Caporetto". La guerra di Troia è stata combattuta per il possesso dello stretto dei Dardanelli, e narrata da un "contaballe", Omero, che non era contemporaneo ai fatti accaduti. Il De bello gallico è il racconto del primo genocidio di cui si ha notizia, ed è stato scritto dal protagonista, Cesare, senza l'intervento di Vercingetorige. Nella guerra di Crimea la Regina Vittoria doveva impedire allo Zar di sconfiggere il traballante Impero Ottomano e affacciarsi sul Mediterraneo. La guerra costa tasse, ed ha bisogno di convincimento, di imbonimento. Nella prima guerra mondiale si è combattuto con armamenti consolidati, e la narrazione dei fatti era data via telegrafo, con i tempi del telegramma. La seconda guerra mondiale è stata decisa e vinta nei cieli, e lo strumento di comunicazione era la radio, col quale si può sapere chi ha vinto la battaglia. La censura militare era strumento di salvaguardia. Nel 1945 è arrivata la bomba atomica che ha cambiato tutto il modo di confliggere. Gli Usa l'hanno usata per sperimentarla e non per accelerare la fine della guerra. E dopo la bomba atomica è arrivata la televisione. La guerra del Vietnam era nata per essere vinta, ma è stata persa per ragioni comunicative. La famosa immagine della bambina vietnamita che scappa dai bombardamenti costringe gli USA ad arrendersi. Per vincere anche nella comunicazione si possono comprare i giornalisti, si può disporre di satelliti e di reti televisive. Oggi non esiste più l'effetto "paperino": una volta il collegamento TV passava per numerosi satelliti, per cui il reporter doveva attendere in onda che arrivassero le domande, oggi invece c'è il collegamento diretto; e dai mass-media si passa alla massa dei media. E le potenzialità dell'inganno sono infinite e banali. La strage di Rakak, in Jugoslavia è stata presentata come una strage di civili, in realtà erano combattenti uccisi in due giorni di scontri, e radunati in seguito; il colpo alla fronte venne inflitto post mortem. E' il meccanismo della guerra che impone l'inganno. Oggi si usano anche gli antropologi culturali, che sanno come comportarsi con un sunnita, uno sciita, un reporter; tra i giornalisti e gli scrittori ci sono molte spie, ed è in uso la guerra delle ragazze. Oggi si usa la diretta permanente, per cui il risultato può essere quello della liberazione di Bassora, una città occupata e liberata "cento volte", con ripetute smentite che evidenziano le bugie raccontate. Si creano le condizioni per impedire l'esercizio della professione del giornalista. Le guerre in televisione nascono orfane e muoiono senza figli: dopo la guerra non se ne parla più, per non far scoprire le vere ragioni che l'hanno determinata. Oggi più nessuno parla della Siria, ed in questo la Libia ci ha spiegato un sacco di cose. La scena dell'abbattimento della statua di Saddam, in Iraq, è stata realizzata con un campo stretto, intorno c'era ben poca gente, ma nell'immagine diffusa pare che vi fosse una gran folla. Per penetrare il bunker di Milosevic, in Jugoslavia, sicuramente sono state usate testate all'uranio impoverito, con una grande quantità, forse qualche etto in ogni missile, ma questo non è stato rivelato.

 

di Antonio Frate

 

 

Il risultato delle elezioni provinciali in Iraq: crescente polarizzazione intorno alle linee settarie

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Il 20 giugno si sono svolte le elezioni provinciali nei governatorati di Ninewa ed Anbar dove, per motivi di sicurezza, non era stato possibile svolgerle il 20 aprile, quando si è votato in 12 delle 18 Province irachene. A questo punto mancano solo le province del Kurdistan, Erbil, Sulahimaniya e Duhok, dove si voterà a settembre, e quella di Kirkuk dove è impossibile votare dal 2005 a causa della complicata geografia etnica. I risultati della prima tornata elettorale, confermati a fine maggio dall'Independent High Electoral Commission (IHEC), hanno rivelato un cambiamento dei rapporti di potere nel paese e l’emergere di una forte area di opposizione per la coalizione sciita guidata dal Primo Ministro Nuri Al-Maliki. La State of Law Alliance infatti ha perso molte posizioni a favore degli altri due principali partiti sciiti, l' Islamic Supreme Council of Iraq(ISCI) di Ammar al-Hakim e il partito Sadrista di Muqtad al-Sadr.

Questo risultato è frutto dell'ampia area di dissenso nei confronti del governo attuale il quale, non solo raccoglie le proteste dei sunniti, che si sentono marginalizzati e perseguitati, ma è sgradito anche alle altre componenti sciite a causa della politica di eccessivo monopolizzazione del potere da parte di al-Maliki.

Una delle cause della violenza infinita in Iraq va ricercata nella centralizzazione del potere a livello governativo. E’ stato un errore dell’Iraq dopo Saddam quello di identificare vincitori e vinti e  dare tutto il potere ai vincitori. Questo gli americani lo sapevano ed, infatti, nella costituzione irachena è presente il principio del federalismo. Ciò nonostante dal 2008 al-Maliki ha ri-centralizzato il potere, affidandosi ad una cerchia sempre più stretta di consiglieri sciiti che, temendo una “controrivoluzione”, hanno di fatto messo in piedi un sistema autoritario come quello che avevano combattuto. La cerchia di al-Maliki ha potere sulla selezione di tutti i comandanti militari, controlla la corte federale e si è impadronito della banca centrale. Il braccio esecutivo sta togliendo tutti i controlli che furono messi per garantire che non riemergesse una nuova dittatura.

Le richieste più insistenti fatte dalle opposizioni anti-Maliki dei curdi e dei sunniti sono molto chiare; L’opposizione chiede:

  • la delega dell'autorità fiscale al Kurdistan Regional Government (KRG) e alle province;
  • l’implementazione di un sistema di controlli sul potere esecutivo, in particolare potenziando le funzioni del parlamento e istituendo una giustizia indipendente;
  • un processo di riconciliazione nazionale, che dia giustizia alle vittime del regime di Saddam, ma che netta fine alle violenze indiscriminate contro i sunniti.

E’ per queste ragioni che Nuri al Maliki, pur avendo ottenuto il maggior numero di seggi, soprattutto a Baghdad e Bassora,  ne ha perso circa un terzo rispetto alle elezioni provinciali del 2009. ISCI invece, che non essendo stato al potere negli ultimi anni ha raccolto il malcontento della popolazione e lo ha utilizzato in campagna elettorale, ha riconquistato alcune posizioni mentre Sadr è tornato primo partito a Maysan anche se in generale non ha fatto molti progressi. In Najaf la vincitrice è stata una lista locale, come già nel 2009, mentre a Diyala la lista sciita unita è stata la vincitrice ottenendo 12 seggi. L'esito del voto nei governatorati è indicativo di una crescente polarizzazione delle posizioni su base settaria ed infatti i partiti secolari, come la lista Iraqiyya di Allawi, hanno ottenuto risultati deludenti.

Per quanto riguarda i partiti d’ispirazione sunnita, la lista Mutahiddun, formata da una costola di Al-Iraqiyah e guidata da Osama al-Nujayfi, ha conseguito un ottimo risultato a livello nazionale, a dimostrazione che le linee settarie si stanno definendo e che l’influenza dei moderati diminuisce. La lista, composta di molti partiti che facevano parte di Al Iraqiya nel 2010, ha dei legami con il movimento di protesta, è supportata dall’elite religiosa sunnita e dai media sunniti sia Iracheni sia pan arabi.

Dato il ritardo del voto in Anbar e Ninewa, Salah al-Din e Diyala erano le province dove si concentrava il voto sunnita. In Salah al-Din una lista sunnita locale, l’Iraqiyya Masses Alliance, guidata dal governatore provinciale Ahmed Al-Juburi, ha vinto guadagnando sette seggi su ventinove, nonostante il suo leader sia considerato vicino a Nouri al Maliki. Il partito, che non aveva partecipato alle votazioni precedenti e che ha ottenuto la maggioranza relativa rispetto alle coalizioni sciite e sunnite, è stato seguito dal Mutahidun.

Probabilmente sia a Baghdad sia a Salah al-Din la posizione anti Maliki del Mutahidun gli ha permesso di vincere sette seggi rispetto a Arab Iraqiyya di Saleh al-Mutlag che invece ne ha persi. Al-Mutlag infatti aveva lavorato più vicino ad al Maliki rispetto agli altri politici iracheni sunniti e, forse a questo è dovuta la sua performance in Baghdad. In Diyala e Babilonia, al-Mutlag ha formato delle coalizioni con al-Nujaifi. Insieme hanno vinto un seggio nuovo in Babilonia e dieci in Diyala. Come già accennato, a Diyala entrambi i due partiti sunniti hanno perso rispetto alla coalizione sciita congiunta. Diyala è stata la vera novità di queste elezioni. Infatti, se nel 2009 Mutahidun, Arab Iraqiyya, e la coalizione Curda  avevano ottenuto ventuno seggi su ventinove, nel 2013 le forze congiunte della maggiore coalizione sciita hanno guadagnato una maggioranza relativa di dodici seggi contro solo tre seggi andati nel 2009 alla sola SLA.  

Di seguito, il risultato finale delle elezioni del 20 aprile. I numeri tra parentesi sono il numero di seggi che il partito aveva ottenuto nelle elezioni del 2009.

 

Fonte tabella: http://www.iraq-businessnews.com/tag/elections/page/2/ 

 

In queste settimane si stanno definendo i governi locali. Quasi tutti sono frutto di alleanze tra le varie formazioni e non in tutte le province è stata seguita la stessa logica. Maliki ha mantenuto il controllo nei luoghi sacri di Karbala e Najaf, anche se a Najaf un’alleanza Sadr/ISCI avrebbe avuto i voti per guidare il governo. Mentre a Muthanna, dove Maliki avrebbe potuto governanre da solo, si è alleato con ISCI ed ha tenuto per sè la posizione del governatore mentre un consigliee di ISCI è diventato presidente del Consiglio.

A Diyala invece è stato fatto un accordo per cui i Curdi e la lista locale Iraqiyya hanno formato il governo con l’appoggio di Sadr, ma non degli altri sciiti della lista sciita unita (soprattutto consiglieri di SLA inclusi membri di BADR e Fadhila).

Al Maliki ha consolidato la sua  posizione nei governatorati di Dhi Qar, Babele e Salahaddin. D’altra parte ha perso Baghdad e Bassora e questo mette un punto interrogativo su quali saranno le alleanze in vista delle prossime elezioni nazionali del 2014.

La tabella sottostante riassume la dinamica delle alleanze.

 

 Fonte tabella: http://www.iraq-businessnews.com/tag/elections/

 

Si attendono ora i risultati ufficiali del voto in Ninewa ed Anbar, aree nelle quali le proteste dei sunniti contro il governo di al-Maliki sono state più forti anche per via dell’influenza della vicina Siria.  In Anbar hanno votato il 49.7 % degli aventi diritto mentre a Ninewa soltanto il 37.5%. Questa disaffezione per il voto è un fattore indicativo della frustrazione dei sunniti e del loro ritiro dal processo politico ed apre ancor più le porte  all’opposizione armata.

I risultati del voto indicheranno chi saranno i protagonisti futuri della politica sunnita inoltre dalla performance dei partiti sunniti alleati di al-Maliki potranno essere colte informazioni per capire quale sarà la strategia del primo ministro per le prossime elezioni.

 

di Elisabetta Trenta

 

 

Immigrazione e guerra

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Il fenomeno migratorio è in forte aumento e lo dimostra il rapporto curato dall’Alto commissario delle Nazioni Unite. Nel 2012 la Germania ha accolto quasi 600 mila immigrati, la Francia circa 218 mila e la nostra Italia che ha ospitato 65 mila profughi. A provocare le migrazioni è soprattutto l’incubo della guerra, infatti il 50% degli immigrati, provengono da Afghanistan, Somalia e Iraq. E’ da segnalare che solo il 10% arriva in Italia in modo irregolare. L’ultimo caso risale al 19 Giugno scorso, quando 100 africani, nel tentativo di raggiungere l’Italia, sono rimasti aggrappati in mare a una gabbia per tonni. Su 100 purtroppo 7 sono morti annegati. “Il viaggio della speranza” lo definiscono in molti, perché esiste una linea sottile che divide la speranza dalla disperazione. Speranza di avere una vita migliore in Paesi che hanno bisogno, anche del loro aiuto e, disperazione di evadere da quel contesto “limitato” e scarno di possibilità di crescita. “La tragedia può abbattersi su migliaia di famiglie, costringendoli ad abbandonare la propria casa e il proprio paese” - queste le parole del Presidente Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, il quale ha voluto sottolineare il rispetto e la dignità umana dell’immigrato e che la Comunità Internazionale ha il dovere di impegnarsi affinché i diritti fondamentali della persona siano tutelati. Gli fa eco il ministro dell’Interno Angelino Alfano il quale ribadisce che “E’ opportuno intervenire al più presto su regolamenti inerenti al fenomeno e porre fine a queste nuove forme di schiavismo.”

 

di Christian Giovanni Zaami

 

 

Quel rapporto così speciale

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La recente uscita del film “Hide Park on Hudson”, diretto da Roger Michell, con Bill Murray, sulla visita resa dal re Giorgio VI e sua moglie al PRE residente americano F.D. Roosevelt nel giugno 1939, per cercare di assicurarsi il supporto degli USA alla vigilia di un ormai imminente secondo conflitto mondiale, ripropone il tema tanto caro ai Britannici della cosiddetta “Special relationship”. Con questa espressione si intende il carattere privilegiato del rapporto che i Britannici reputano di avere con gli Stati Uniti, rispetto ad ogni altro alleato di questi ultimi.

Benché la natura speciale di questa relazione sia stata notoriamente enfatizzata dal Primo Ministro Britannico Winston Churchill, per la prima volta in un memorabile discorso del 1944, e da lui rimarcata di nuovo nel 1945 e poi 1946, la sua esistenza si può ravvisare fin dal 19º secolo, ed è proseguita, con atti a volte spontanei a volte ufficiali, in numerose attività militari e politiche che da allora si sono succedute e che includono tra le altre: la Iͣ e IIͣ Guerra mondiale, la Guerra del Golfo, fino ai più recenti interventi in Afganistan e Iraq nel 21º secolo. Se a tutto questo si aggiungono gli stretti rapporti di cooperazione in fatto di attività economiche, relazioni commerciali, pianificazione e conduzione di operazioni militari, condivisione di intelligence e di informazioni sulla tecnologia delle armi nucleari e, gli ovvi motivi di continuità storica e di affinità linguistica, è indubbio dunque che il Regno Unito intrattenga con gli USA un rapporto più radicato rispetto a ogni altro alleato occidentale.

Tuttavia negli anni la cosiddetta “Relazione speciale” è stata sottoposta a notevoli prove che molte volte sono dipese, oltre che dalla peculiare natura delle vicende storiche, anche e soprattutto dalle relazioni interpersonali intrattenute tra i soggetti al potere sulle due sponde dell’Atlantico, non necessariamente appartenenti alla stessa collocazione politica.

Forse il primo esempio storico di queste amicizie personali è dato dalla stretta relazione tra Roosevelt e Churchill. Lo statista britannico impiegò molto tempo ed energie per ordirla, facendo perfino pesare il fatto che lui e il PRE residente statunitense erano lontani parenti, essendo sua madre americana. I suoi sforzi alla lunga pagarono, visto che riuscì nel coinvolgimento degli americani nella IIͣ Guerra mondiale, anche se i veri architetti dell’alleanza sono considerati i rispettivi strateghi militari dell’epoca: il maresciallo Sir John Dill e il generale George Marshall. Alcuni storici vedono paradossalmente in questa alleanza, cosi fortemente cercata e voluta, addirittura l’inizio del tramonto dell’Impero britannico, considerata l’influenza e il peso esercitati da allora in poi dagli Stati Uniti nei trattati di pace post-bellici e nei negoziati per la risoluzione di conflitti e controversie internazionali, incluse le vicende coloniali.

Altri picchi dello speciale rapporto includono i legami tra Harold Macmillan (anch’egli di madre americana) e John F. Kennedy, il perfetto idillio su posizioni monetariste e neoliberiste tra Margaret Thatcher e Ronald Reagan, fino ai più recenti tra Tony Blair ed entrambi i Presidenti americani Bill Clinton prima e George W. Bush poi. Lo stretto rapporto di Blair con quest’ultimo Presidente americano rappresenta un caso esemplare, culminato nella congiunta e molto discussa decisione di invadere l’Iraq, in seguito ad un presunto ritrovamento di armi di distruzione di massa. L’idillio di Blair con Bush, continuato anche dal suo successore Brown ed esplicitato dagli stretti contatti dei rispettivi segretari agli Esteri, che tante critiche ha attirato ai due leader neo-laburisti, anche in seguito alla misteriosa morte di un perito britannico coinvolto nell’operazione, alla lunga però sono costate al loro Partito la perdita del controllo del Parlamento, detenuto dal 1997.

Ma le relazioni tra i due Paesi transatlantici non sono sempre state idilliache e si sono raffreddate quando i due partner non perseguivano obiettivi comuni; hanno infatti raggiunto il loro punto più basso con l’opposizione di Eisenhower alle operazioni britanniche nel Canale di Suez,(?) sotto Anthony Eden, e con il rifiuto del Primo Ministro Harold Wilson di impegnare truppe regolari britanniche nella Guerra del Vietnam, per cui i rapporti con quest’ultimo da parte del successore di Kennedy, Lyndon Johnson, non furono dei più calorosi.

Altre punte minime del rapporto includono la Guerra Arabo-Israeliana del 1973, quando il Pre residente Nixon omise di consultarsi con il Primo Ministro Edward Heath sul fatto che forze militari americane erano state allertate, in una querelle internazionale che gli Usa avevano sollevato contro l’ Unione Sovietica, e il Segretario di Stato Kissinger tralasciò di informare l’ambasciatore britannico sul successivo allarme nucleare che si era creato. L’incidente diplomatico segnò profondamente e per anni a venire la “Speciale relazione”.

Altri episodi storici che hanno indebolito “il Rapporto speciale” includono l’accusa al Primo Ministro Major da parte del Parlamento e dell’opinione pubblica britannici di aver cavalcato il cavallo perdente (il Repubblicano G.W. Bush) nelle elezioni americane del 1992, vinte dal democratico Clinton, il quale fece sempre pesare questa scelta. Per cercare di rimediare al danno, Major si fece coinvolgere nell’aderire al Comprehensive Nuclear Test Ban Treat, nel 1993, che in patria fu visto come una rinuncia al potenziamento del progetto del Tridente nucleare.

Un altro momento di crisi nei rapporti trans-atlantici fu raggiunto nel 1993, con il disaccordo dell’alleanza franco-britannica sulla proposta americana di sollevare l’embargo di armi in Bosnia, sulla base delle argomentazioni che, armando i Musulmani o bombardando i Serbi, avrebbe solo peggiorato la carneficina e messo in pericolo le truppe di pace presenti nella regione. Questo e altri episodi diplomatici discordanti sulla Guerra dei Balcani minarono seriamente le relazioni degli USA, non solo con i cugini Britannici, ma con l’intera Unione Europea, e si ricomposero parzialmente solo nel 1997, con l’elezione di Tony Blair a Primo Ministro britannico. Clinton, in carica negli USA, salutò l’evento come un’opportunità per rivitalizzare ciò che lui chiamò una “unique partnership”, che “negli ultimi cinquanta anni aveva contribuito a garantire livelli di sicurezza, e prosperità mai raggiunti prima, perché era un’alleanza basata su valori e aspirazioni condivisi da entrambe le parti”, suggellata anche da una personale amicizia tra i due leader e le loro famiglie. Infatti alcuni vedono nella Terza Via proposta dai New Labour di Blair, una sorta di social-democrazia moderata, ispirata al pensiero New Democratic dei Democratici americani del tempo.

Lo stretto rapporto instaurato da Blair con la Presidenza americana continuò anche con il successore di Clinton, G.W. Bush e, malgrado le loro divergenze su materie non strategiche, i due condivisero la stessa posizione nella risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 a New York. Infatti Blair si precipitò a Washington immediatamente dopo l’attentato, per sottolineare la solidarietà britannica all’antico alleato e, in un famoso discorso che fece in via eccezionale alla Casa Bianca, come ospite personale della First Lady, affermò che “dopo l’attacco dell’11 settembre non si trattava più di una battaglia tra gli Usa e il terrorismo, ma tra la libertà e la democrazia mondiali e il terrorismo”, parole che suonarono come musica alle orecchie di Bush, ma che da allora in poi cominciarono a minare la popolarità di Blair tra i suoi stessi sostenitori.

Piu recentemente nell’agosto 2009 la “Special Relationship” ha subito un altro scacco, con il rilascio da parte delle Autorità scozzesi, sulla base di ragioni umanitarie, di Abdelbaset al-Megrahi, il cittadino libico ritenuto responsabile dell’attentato di Lockerbie, del 1988, atto considerato del tutto sbagliato in una dichiarazione del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, in cui invita le Autorità scozzesi responsabili dell’operazione a rifletterci sopra profondamente, perché attuarle avrebbe costituito un “errore altamente eccepibile”.

Quanto ai rapporti col successore di Bush, Obama, pur se i rispettivi governi si trovavano su posizioni ideologiche simili, questi hanno comunque subito una battuta d’arresto nel 2010 con l’appoggio del Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ad una richiesta dell’Argentina, di indire dei negoziati sulla rinegoziazione della sovranità sulle isole Falkland, uno degli ultimi retaggi del passato coloniale per cui Britannici hanno combattuto una guerra, sotto il governo Thatcher per preservarle, e pertanto la proposta ha sollevato proteste e gelo diplomatico e rinnovato un generale pubblico scetticismo sullo stato e il valore attuali della “Special relationship”.

Inoltre c’è da dire che quando l’inquilino del n.10 di Downing Street è cambiato di nuovo, con l’elezione del Conservatore Cameron nel 2010, le posizioni politiche tra le due sponde dell’Atlantico sono mutate ancora e, benché il suo Segretario agli Esteri, William Hague, si sia immediatamente precipitato a Washington per riaffermare la fedeltà all’antica alleanza, anche da parte dei nuovi arrivati, questi è stato accolto piuttosto freddamente dall’Amministrazione della Casa Bianca e ci sono voluti vari scambi di visite tra le due parti per attivare il disgelo.

In aggiunta, la recente proposta del capo del Governo Tory in carica di indire un Referendum per decidere sulla permanenza del Paese nell’Unione Europa ha provocato un’insolita reazione dell’ambasciatore USA, che in una dichiarazione ufficiale ha fatto capire che gli Stati Uniti non gradirebbero un antico alleato che se ne va per conto suo e non segue i destini dell’Europa. Per tanto un atto, quale un ipotetico referendum britannico, lancerebbe un messaggio di un indebolimento del vecchio continente e un possibile inizio del suo sfaldamento politico, che pertanto risulterebbe in un alleato fragile, inaffidabile e poco credibile all’esterno.

I Britannici non hanno gradito né il pubblico ammonimento, né l’ingerenza dell’antico alleato in una materia di politica interna tanto delicata e forse, vista la risonanza che l’episodio ha avuto a livello politico e di opinione pubblica, per la prima volta da quando è iniziato, avrebbero piuttosto preferito non essere in un rapporto tanto privilegiato con gli Stati Uniti.

Questo episodio, insieme alla vicenda nella recente visita nel Regno Unito a fine febbraio 2013 del nuovo Segretario di Stato USA John Kerry, che non ha voluto inserire nell’agenda dell’incontro l’argomento: “isole Falklands”, questa volta per esplicita richiesta americana, ed anzi il senatore democratico è ripartito piuttosto sbrigativamente per concludere il suo Primo giro europeo, la dicono lunga sullo stato di salute attuale e sul futuro stesso della “Special relationship”.

Forse, poiché allo stato attuale nel mondo si vanno delineando tre blocchi continentali, Europa, Cina, America, per diversi e ovvi motivi di affinità storiche e strutturali, per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale, sono gli Usa che hanno bisogno dell’alleato transatlantico continentale, ma intero e non disunito, per cui possono non essere più interessati ad una stretta relazione con uno solo dei suoi membri.

Chi vivrà vedrà.

 

 

Rita Di Benedetto (inviata a Manchester)

 

 

Il rischio di “qaidizzare” la Siria

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Era già successo nel 1993 in Somalia. L’immaginario di onnipotenza di Al Qaeda si ripete. Ora a rischio è la Siria. L’obiettivo è quello di “qaidizzare” il paese di Assad. Si aggirano armati e a volto coperto, con in mano delle bandiere nere. Non tutti i miliziani dell'Esercito libero siriano (Els) sono come loro, vestiti come loro. O almeno, l'Esercito libero siriano non era nato in questo modo. A quanto pare durante le rivolte, gli estremisti islamici sono diventati una componente sempre più pericolosa del braccio armato dei ribelli, destando non poche preoccupazioni. A temerli, mentre nella capitale Damasco e nella metropoli Aleppo infuriano i combattimenti per arrivare alla battaglia finale, non è più soltanto il regime di Bashar al Assad ma tutta la comunità internazionale. Il terrorismo si alimenta in questo modo. Dal primo tentativo di jihad verso la Bosnia musulmana contro i serbi e croati, poi jihad verso la Cecenia contro i russi ortodossi, poi jihad verso l’Iraq e ora la Siria. Comincia così tutto il reclutamento e la sperimentazione sul terreno. I campi di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan e in Iraq riacquistano importanza. Si sapeva che nel momento in cui la guerra fosse arrivata a toccare Damasco, Bashar al Assad avrebbe avuto non pochi grattacapi. Il rischio è quello di fare la fine di alcuni suoi predecessori come Mubarak o Gheddafi. Intanto nella confusione della guerra civile e nella profonda crisi umanitaria generatasi, ne approfitta l’organizzazione terroristica che aumenta i suoi adepti puntando al jihad globale, progetto mai portato a termine dell’ex leader Bin Laden. Dal jihad di difesa contro l’aggressore al jihad offensivo e globale finanziato dalla “holding del terrore”.

 

di Roberto Colella

 

 

Hollande e Sarkozy. La Primavera e l'Autunno

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PARIGI. Il Sarkozy di oggi ha il corpo pieno di lividi, ma ha trovato la maturità per lanciare all’opinione pubblica un messaggio di riconciliazione. Il Sarkozy di cinque anni fa era una sorta di miscuglio tra «Veni, Vidi, Vici» e Louis De Funès, tra il «De Bello Gallico» e le commedie sui poliziotti di Saint-Tropez. Era un seducente spaccone, come certi personaggi cari a Belmondo. In realtà era più spaccone che seducente, come hanno mostrato le sue mosse del 2007, all’indomani dell’elezione alla massima carica della République. Dalla scelta di festeggiare il successo nell’esclusivo ristorante Fouquet’s a quella di partire una settimana in vacanza a bordo dello yacht dell’industriale Bolloré (nelle acque di Malta, dove ogni giorno il cortese imprenditore gli inviava la posta e il pane fresco da Parigi, col suo jet privato) passando per le scene di jogging davanti alle telecamere, che per l’osservatore italiano avevano un’impressionante aria da Cinegiornale Luce. Senza dimenticare quel giorno in cui il superuomo Sarkozy, in visita in Camargue, fu protagonista di un numero da cavallerizzo, infliggendo all’equino una passeggiata di fronte alla schiera dei giornalisti, ammassati come animali nelle scuderie (in cui i fotografi si sentivano più a disagio dei quadrupedi, anche perché in numero decisamente maggiore). Nel suo film «L’ultimo imperatore» Bernardo Bertolucci fa dire al protagonista che «gli uomini non cambiano mai». Sarà perché – a differenza dell’ultimo imperatore cinese – Sarkozy ha vissuto davvero il potere, ma il presidente uscente sembra cambiato rispetto al 2007. Il Sarkozy di oggi cerca di far dimenticare certi suoi atteggiamenti tracotanti e certi sbagli che gli sono costati cari al momento delle urne: come il suo (fallito) tentativo di imporre la nomina del figlio Jean alla presidenza di un ente pubblico nel quale il giovanotto (in base ai suoi titoli accademici, zoppicanti pur non provenendo da università albanesi) non avrebbe potuto essere assunto neppure col contratto a termine di stagista. Adesso Sarkozy è più consensuale che in passato. L’8 maggio ha voluto la compagnia del suo successore socialista Hollande al momento di inchinarsi al milite ignoto in occasione della festa nazionale. I suoi interventi pubblici e privati esprimono l’emozione di un uomo ferito e per questo più maturo. Dice di voler diventare «un cittadino come gli altri». Ma non è escluso che nel 2017 cerchi la rivincita in una nuova sfida elettorale con Hollande per riprendersi il suo amato Eliseo. In politica non bisogna mai dire mai. Hollande ha vinto e si prepara alle elezioni di giugno per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Le possibilità sono tre : o i socialisti avranno da soli la maggioranza assoluta (cosa difficile, ma non impossibile) e allora il nuovo presidente disporrà di uno straordinario margine di manovra ; o i socialisti dovranno formare un governo di coalizione con la sinistra più radicale (Verdi e comunisti) e allora Hollande dovrà dimostrare la sua nota abilità di mediatore ; o la maggioranza parlamentare resterà a destra (cosa poco probabile) e allora Hollande sarà costretto a coabitare con un governo di segno politico opposto al suo. Comunque Hollande non vivrà tempi facili, anche perché in Francia la crisi è grave quasi come in Italia. In campo europeo, Hollande cercherà in ogni modo di ottenere dalla Merkel l’assenso ad alcuni provvedimenti di stampo keynesiano, che mal si conciliano con l’attuale allarme generalizzato sul fronte del debito pubblico. La ricetta di Hollande è quella di un’intesa comunitaria per l’emissione di titoli pubblici che sarebbero garantiti tutti insieme dai paesi europei e che dunque non porrebbero problemi di spread. Essendo la Germania membro di questo gruppo, il tasso d’interesse sarebbe per forza di cose limitato e al tempo stesso si coniugherebbe con un messaggio di coesione di fronte alla crisi. Con i proventi di quell’emissione di titoli pubblici verrebbe finanziato un programma di iniziative sul fronte delle infrastrutture, della ricerca e dell’energia. Ovviamente tutto dipende dalla Germania, che per adesso da quell’orecchio proprio non sente. Ma i tempi possono cambiare, proprio come gli uomini.

 

di Alberto Toscano

 

 

Osservatori italiani in Siria

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Sono partiti nel pomeriggio del 15 maggio i primi 5 militari dell’Esercito Italiano designati a far parte della missione di Supervisione delle Nazioni Unite in Siria (UNSMIS). La missione, autorizzata con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 2043 del 21 aprile scorso, ha il compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco e l’applicazione del piano Annan, accettato dal regime Siriano. La presenza del personale italiano, autorizzata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 8 maggio, è stata chiesta dal Segretario Generale dell’ONU all’Italia unitamente al trasporto aereo di mezzi ed equipaggiamenti destinati alla missione in Siria, già realizzato con i velivoli della 46^ Aerobrigata di Pisa.

 

 

 

 

 

Why care about Political Islam? A multi-level analysis

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With the outbreak of the Arab Spring several social forces throughout the Arab world have found a political space where to frame their claims; among them, Islamists are undoubtedly getting the better of. On October 23 the Islamist Ennahda Party got 41 percent of the votes in Tunisia, while on November 25 Morocco's Islamist Justice and Development Party (PJD) took 107 out of 395 seats; most recently the Egyptian Freedom and Justice Party - Hizb Al-Hurriya wa Al-Adala - got 47 percent of the votes, followed by the Salafi group Al-Nur Party , winning 29 percent of seats in parliament. Beyond the most optimistic views, interpreting the electoral results as a hope for a future democracy in the countries, the strengthening of Political Islam has given rise to numerous concerns. Apparently no one seemed to expect this rising phenomenon; yet, it would have been easily predictable to an expert eye. The interest of Islamic movements in politics should not be seen as suspicious, since it is closely related to the genuine nature of the religion itself. Basically, Islam has to be considered an orthopraxis where the ethical and behavioral doctrine prevails over the theological speech. Islamic speculation has always been linked to the resolution of practical problems and philosophical issues have developed in connection with juridical matters. The religious basis of Political Science let us understand as politics and religion are two dimensions intimately interconnected in the Islamic movements developed in the course of the centuries. Furthermore, the success of the Muslim Brotherhood and its variants in North African countries was expectable also from a political point of view, being these movements the best well-structured, most poplar as well as most influent parties among the ones competing for elections.

Nevertheless, if the international public opinion has been so negatively impressed by Islamic parties achievements, it was also because of the Islamophobic message western countries had promoted to control their outcomes on the international background. Indeed, the most cumbersome uncertainty is about the changes in international balances and strategies. It is not sure that alliances would maintain the same shape, especially considering the fact that the Muslim Brotherhood is worldwide spread and so powerful to be able to impose its requests. What is the role these new actors are expected to play amid the international community?

At the beginning of the new Millennium a group of influential scholars in International Studies suggested an innovative perspective for the International Relations analysis. In their book “Religion in International Relations. The Return from Exile” - first published in 2003 by Pavols Hatzopoulus and Fabio Petito- they asserted the necessity of considering religion a core issue of both international and domestic politics. Attempting to provide a framework to understand the interaction between politics and religion, that is how the letter could influence the theoretic principles of the former, Vendulka Kubalkova proposed the creation of the International Political Theology (IPT), a subfield founded on the rule-oriented constructivism (ROC), rather than on positivism. The basic assumption was that the pursuit of power could not be considered independently from the pursuit of identity principles as well as of wealth. Ten years later this paradigm reveals to be the most appropriate to approach the rising of political Islamism in the international scenario. As Vendulka Kubalkova alleged in her essay “Toward an International Political Theology”, “the constructivist framework actually relaxes the understanding of what is rational “ by overcoming the positivist idea that “the only reasoning is the reasoning which is associated with judgment, which takes the form of deduction or induction. Abduction - which means acceptance on faith of conjecture, guesswork or whatever proposition is at the heart of the religion-is also a form of judgment. People exercise judgment when they actually accept certain things”. Religion has all the characteristics to play a public role in the construction of both domestic and international society because it consists of specific kind of rules, mainly assertive (conjecture and customary), but also directive and commissive. The key solution of how the international order could change with the empowerment of the Islamic movements in the political field is in the close examination of these rules and their interactions in the different contexts.

Lastly, the most worrisome implication of the rising Political Islam is the way it could affect these countries’ path toward a legally constituted State. The risk is to see some human rights - such as equality, freedom and women’s right - subdued to restrictions in the name of principles inspired to the shari’a. Here is the great task of liberal and secular forces in sparking off a balanced political debate in which could grown a democratic speech suiting everyone’s needs.

 

di Paola Mitra

 

 

Tagli alle truppe italiane in missione

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Nel corso del 2012, il numero dei militari italiani impegnati nelle missioni estere resterà di circa 6.500, a fronte degli 8.150 attivi lo scorso settembre. La cifra è stata stimata dal ministro della Difesa, Di Paola, in un’audizione davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato. Le prime riduzioni del contingente italiano in Afghanistan (oggi 4.200 militari) si avranno a fine anno. In Libano gli effettivi passeranno da 1500 a 1100 mentre 100 militari saranno impiegati in Libia per la sicurezza e sorveglianza del territorio.

 

fonte: Redazione

La guerra dei contractors

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Giampiero Spinelli è un contractor. Ora lavora per l'azienda italiana I-Protego Defense con sedi a Roma e Noci. Dopo essere stato parà della Folgore, in seguito al congedo, ha lavorato con una società israeliana come contractor in Medio Oriente per 3 anni. Poi per conto di imprenditori italiani ha svolto l'attività di contractor per 1 anno in Brasile prima di arrivare in Iraq assoldato da un colosso americano del settore legato al Dipartimento di Stato americano.

Accusato di arruolamento o armamento non autorizzato al servizio di uno stato straniero, processato e poi assolto in merito ai fatti in Iraq cominciati con la vicenda del sequestro il 12 aprile 2004, da parte delle «Brigate verdi», dei quattro addetti alla sicurezza italiani, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana, Umberto Cupertino insieme con Fabrizio Quattrocchi, che fu ucciso dai rapitori, che di Spinelli erano amici e colleghi.

Giampiero Spinelli nel 2009 ha pubblicato un testo edito da Mursia dal titolo “Contractor”.

 

Spinelli, quanti contractors ci sono oggi in Italia?

Siamo diversi, ma quelli buoni sono in tutto una quindicina e lavorano tutti per società estere.

Quanto guadagna mediamente un contractor?

Moltissimo. In Iraq ad esempio ne eravamo in 25.000. La paga era di 1.500-2.000 dollari al giorno. Molti erano legati a Blackwater.

Quali regole avevate in Iraq, o meglio il vostro contratto cosa prevedeva?

Dovevamo assicurare protezione al Vip e alla popolazione civile. In Iraq, come in Afghanistan, per regolamento della forza multinazionale, nessuna compagnia privata e nessun operatore contrattato, sia da parte privata che governativa, può entrare in confronto al seguito delle truppe. È un crimine gravissimo per il quale si rischia l’arresto e il rimpatrio immediato. Tutti i contractors in Iraq potevano esclusivamente agire per difesa, nel caso in cui i convogli o le installazioni fossero state attaccate. Nessuno poteva, per le regole d’ingaggio, partecipare ad alcun confronto bellico. Non si poteva entrare in combattimento a fianco delle forze armate. Cioè se col veicolo nostro passavano su una strada dove stavano combattendo l’esercito della coalizione e quello iracheno, noi dovevamo passare dritto. Una volta capitò ad esempio che insieme a dei contractors iracheni si stava percorrendo un itinerario. Ad un tratto è esploso un IED che ha colpito il mezzo iracheno. Noi dovevamo proseguire, però io e un collega italiano abbiamo fermato un auto e siamo tornati indietro a recuperare gli iracheni. Il mezzo era saltato in aria ma per fortuna loro erano scappati in tempo, malamente feriti ma vivi. Abbiamo compiuto un gesto contrario al nostro protocollo.

Che ne pensa dell’Intelligence Italiana?

Ho una cattiva opinione sull’Intelligence in Italia. Ho degli amici, pochi che sono veramente di livello però non vengono valorizzati. Ad esempio un amico è stato infiltrato per più di 20 anni in Colombia presso una famiglia malavitosa per scoprire dei traffici di droga. Rientrato in Italia ora fa l’autista ad un ministro. Roba dell’altro mondo! In America c’è una vera e propria scuola di formazione per agenti segreti, per non parlare del Mossad o dell’Intelligence cinese adesso davvero all’avanguardia. In Italia mancano i giusti assetti. Spesso sono i poliziotti a svolgere questo ruolo che in realtà dovrebbe essere affidato a delle eccellenze scelte provenienti da scuole di formazione di livello che però in Italia mancano. Molti colleghi mi dicono che gli italiani potrebbero essere i migliori agenti segreti del Mondo per via della nostra cultura e tradizione che ci permette facilmente di dialogare e di infiltrarci, invece risultiamo i peggiori.

Si è parlato e si parla molto di regole di ingaggio soprattutto in Afghanistan? Che ne pensa di quelle italiane?

Io penso che siamo un Paese di ipocriti. Meglio le regole di ingaggio americane. Noi in Afghanistan stiamo a fare i bersagli. Gli italiani cercano sempre di contrattare e di mediare, tanto che molti ci prendono in giro per questo ruolo. L’Italia non ha assetti, è difficile vedere un’operazione in teatro di guerra comandata da un italiano. Siamo il Paese con il maggior numero di generali al Mondo ma che occupano solo poltrone e non fanno la guerra anche perché molti di loro non sanno comandare un plotone!

Spesso in guerra si ricorre ad armi convenzionali per farne armi non convenzionali. E’ il caso del nebbiogeno che in Iraq è stato trasformato in qualcosa di maggiormente crudele ed efficace il cosiddetto “Shake and Bake” cioè agitare e cuocere al forno. Infatti è stata alterata la spoletta cosicché la granata al fosforo bianco una volta agitata e gettata nei rifugi sotterranei degli iracheni, scoppiava e cuoceva al forno le persone rimaste dentro intrappolate. Che ne pensa di tutto ciò?

Penso che spesso le armi convenzionali possono trasformarsi in qualcosa di micidiale di poco pulito però di fronte al nemico c’è una certa inventiva soprattutto quando si rischia la propria pelle.

 

di Roberto Colella

 

 

 

I bambini e la guerra

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L’impatto della guerra sui bambini è terribile. Essi escono ammalati nell’anima dall’esperienza di quell’atrocità, di quella deformità del comportamento umano che è la guerra.
Vedono gli adulti braccarsi vicendevolmente, senza pietà, per dare morte e riceverla; assistono a distruzioni inutili ed ingiustificate di costruzioni (le case della loro vita, le radici abitative della loro infanzia; i quartieri, i giardini dove sono cresciuti, le strade dove hanno giocato); di coltivazioni (la terra che genera vita, che consente di alimentarsi; il bestiame ecc.); di luoghi di lavoro, di studio, di culto (nei quali hanno imparato a pregare e ad aprirsi ai misteri e alle speranze della trascendenza).
I bambini che non muoiono in guerra o che non escono dalla guerra fisicamente menomati muoiono, assai spesso, psichicamente o vengono, comunque, menomati nell’anima e nell’immaginario perchè derubati del loro presente e condannati ad una solitudine del cuore alla quale il comportamento degli adulti li costringe.
Essi, infatti, non possono più sperare nell’equilibrio, nella soluzione dei problemi attraverso il gioco o il dialogo; non possono più credere alla pace se non come un bene che sarà, forse, possibile "riconquistare" alla fine del conflitto e a costo di tante delusioni e compromessi, di tante perdite, di tante insanabili ferite. Vero è che i bambini, con la flessibilità, con la creatività, con la disponibilità a fare esperienze e ricercare che li contraddistingue, riescono ad adattarsi anche alla guerra e alle atrocità che ad essa si accompagnano. Il bambino si "organizza" anche "dentro la guerra". Imita gli adulti, diventa guerriero nei modi, nei pensieri, nelle fantasie. Piega la mente all’orrore di veder ferire, uccidere, morire.
I bambini giocano alla guerra mentre la guerra infuria. Così la esorcizzano, la mettono in scena, la rappresentano e, nel gioco che, in tempo di pace, era loro utile a misurarsi con l’altro, a sfidarlo, a sperimentare le strategie del confronto, ad educarsi ed accettare l’alternanza del vincere e del perdere, essi riescono a far entrare l’orrore della guerra "vera", della distruzione che li circonda e che può colpirli e colpire le loro famiglie da un momento all’altro. Durante la guerra, poi, i bambini scoprono anche la capacità -necessità di salvarsi da soli.

 

 

di Maria Rita Parsi (rappresentante dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza)