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Kosovo

Missione Kosovo: il MNBG-W supporta i vigili del fuoco

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Belo Polje – 16 maggio 2018. Il Contingente italiano del Multinational Battle Group West (MNBG-W) ha concluso un ciclo di importanti donazioni in favore dei Vigili del Fuoco delle città di Gjakova/Dakovica e di Suhareka/Suva Reka. La cellula della Cooperazione Civile-Militare (CI.MI.C.) del MNBG-W, con il contribuito del Capo Settore CIMIC dell’Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (ISTRID), Dottor Roberto Faccani, ha consegnato a due stazioni materiale ed equipaggiamento, tra cui un gruppo elettrogeno, tende e divise da lavoro per un valore di circa 20.000 euro. Il Comandante del MNBG-W, Colonnello Ettore Gagliardi, ha sottolineato l’importanza del lavoro svolto dal personale del corpo dei vigili del fuoco, che vede i propri uomini impegnati sul territorio nella quotidiana attività salvavita, in cooperazione con le altre Istituzioni del Kosovo. Recentemente unità appartenenti ai “Fire-fighters” e alle “Kosovo Security Force-KSF” hanno preso parte all’esercitazione “Silver Sabre 2018-1” diretta da K-FOR in risposta a possibili calamità naturali. Il MNBG-W, a guida italiana, su base 185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti “Folgore”, è composto da Unità italiane, slovene, austriache e moldave, secondo quanto stabilito dalla risoluzione delle Nazioni Unite 1244, assicura la libertà di movimento dei cittadini del Kosovo, garantendo un ambiente sicuro e protetto nel rispetto del pluralismo delle etnie e delle confessioni religiose presenti nel territorio Balcanico.

fonte Stato Maggiore della Difesa

Kosovo KFOR: conclusa l'esercitazione Silver Sabre 2018-1

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Alla presenza del Comandante di KFOR, il Generale di Divisione Salvatore CUOCI, nei giorni scorsi si è conclusa l’esercitazione “Silver Sabre 2018 – 1”, una delle più complesse ed importanti attività addestrative organizzate e condotte dalla KFOR per testare e incrementare le capacità di intervento del sistema di sicurezza del Kosovo in situazioni di emergenza. Svoltasi tra le basi di Camp Film City, Camp Pomozatin e l’aeroporto militare di Slatina, ha visto operare KFOR in piena sinergia con tutte le organizzazioni di sicurezza presenti in Kosovo: European Union Rule of Law Mission in Kosovo (EULEX), Kosovo Police (KP), Kosovo Security Forces (KSF), la Kosovo Emergency Management Agency (EMA) e il Kosovo Security Council (KSC). La “Silver Sabre 2018 – 1” è stata condotta in due fasi: la prima dedicata all’addestramento dei comandanti delle varie unità ed i rispettivi staff per testare le capacità di comando, controllo e coordinamento al fine di implementare l’interoperabilità in base ai differenti livelli di impiego; la seconda, sul terreno, ha visto l’intervento delle unità operative che hanno avuto modo di applicare le procedure di coordinamento in risposta alle differenti attivazioni, dal controllo della folla per ristabilire l’ordine pubblico, ad interventi per pubblica utilità. La gestione delle emergenze è avvenuta mettendo alla prova l’intero sistema di sicurezza della regione, partendo dalla municipalità fino ad arrivare al Governo centrale del Kosovo e si è quindi avuto modo di testare la capacità di intervento e gestione delle emergenze da parte di tutte le organizzazioni ed istituzioni deputate, ognuna in aderenza al proprio mandato e ai propri compiti istituzionali. Il Comandante della KFOR, il Generale CUOCI, nel suo discorso al personale avvenuto al termine dell’esercitazione, ha parlato dello scopo e degli obiettivi operativi di Silver Sabre come attività cardine della KFOR. "L'obiettivo della NATO e di KFOR è quello di implementare le capacità e le competenze delle Organizzazioni di Sicurezza e delle Istituzioni in Kosovo nella gestione di disastri naturali ed altre tipologie di emergenze e KFOR rimane impegnata ad assicurare il suo supporto fino a quando la missione non sarà compiuta”. Non a caso, “Enduring Commitment” è il motto che il Generale CUOCI ha scelto in qualità di 22° Comandante di KFOR, a testimonianza del costante impegno nel perseguimento degli obiettivi stabiliti per la missione NATO in Kosovo. KFOR, in aderenza al suo mandato che discende dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, opera in Kosovo per garantire la sicurezza, la stabilità e la libertà di movimento, come terzo risponditore dopo la Kosovo Police ed Eulex e, allo stesso tempo, collabora e supporta, insieme alla Comunità Internazionale, lo sviluppo del processo democratico e multietnico della regione. Ciò comprende anche il supporto di KFOR allo sviluppo delle capacità delle Kosovo Security Force (KSF), attraverso l’addestramento, per consentirne l’intervento in supporto alla popolazione in caso di calamità, interventi di bonifica di ordigni esplosivi e altri compiti assimilabili a quelli della protezione civile.

fonte Stato Maggiore della Difesa

Il Contingente italiano del MNBG-W sostiene lo sviluppo delle capacità sanitarie Kosovare

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Belo Polje -  I militari italiani della Cooperazione Civile e Militare (CI.MI.C.) del Multinational Battle Group West (MNBG-W), su base 185° Reggimento Artiglieria paracadutisti “Folgore”, hanno portato a termine nei giorni scorsi un ciclo di donazioni di materiale medico in favore di strutture ospedaliere presenti nella parte occidentale del Kosovo. Tale attività rientra nel piano di potenziamento delle capacità sanitarie in Kosovo condotto da KFOR. L’isola neonatale donata oggi all’ospedale di Gjakova/Dakovica, l’elettrocardiografo e il monitor multi-parametrico in favore dell’ospedale di Kline/Klina, unitamente ad altro materiale medico, consentiranno lo sviluppo di una concreta capacità di supporto neonatale e di monitoraggio dei parametri vitali per più di 6000 soggetti affetti da patologie di varia natura. L’isola neonatale incrementa la capacità salvavita dell’unità sanitaria di Gjakova/Dakovica, riducendo potenzialmente il rischio di complicanze per 50 neonati  l’anno. Il Colonnello Ettore Gagliardi ha consegnato la strumentazione sanitaria, acquistata interamente con i fondi della Difesa italiana, ai rispettivi direttori delle strutture ospedaliere, dottoressa Drita Gjergji e dottor Ahmet Asslani, che hanno ringraziato l’Italia per il supporto fornito alla popolazione durante questi anni. Il MNBG-W, a guida italiana, al momento è composto da circa 650 uomini e donne appartenenti ai quattro contingenti di Italia, Slovenia, Austria e Moldavia e promuove lo sviluppo di progetti della Cooperazione Civile e Militare nel completo rispetto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

fonte Stato Maggiore della Difesa

 

Il Generale Graziano in visita a Pristina

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Il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano, Generale Claudio Graziano, si è recato in vista al contingente italiano che opera in Kosovo nell’ambito della Forza multinazionale NATO KFOR per portare il proprio saluto e quello di tutte le Forze Armate in occasione dell’avvicinarsi delle prossime festività. Il Generale Graziano, accolto al suo arrivo dal Comandante di KFOR - Generale di Divisione Guglielmo Luigi Miglietta è stato aggiornato sulla situazione operativa corrente, sulle condizioni di sicurezza nel paese e sul ruolo dei soldati di KFOR quale partner cruciale nel processo di stabilizzazione dell’area balcanica. La visita è proseguita con l’incontro con il personale militare, uomini e donne dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri, a cui il Capo di SMD  ha rivolto parole di apprezzamento per il livello di professionalità, la dedizione e l’impegno profuso in questo complesso teatro di operazione. "Ho voluto portare la vicinanza , mia personale e di tutti gli uomini e le donne delle forze armate, a chi serve il Paese in missioni internazionali lontano da casa  - ha sottolineato il Generale Graziano - in un momento particolare come il Natale  dove il valore profondo della famiglia assume un significato particolare e molto importante. Essere qui con loro è un segno concreto del mio apprezzamento  e dell orgoglio di essere il loro comandante". Il Kosovo  rimane un'area di grande interesse  per l'Italia ed essenziale per la sicurezza dell'Europa - ha aggiunto il Capo di SMD- in particolare in questo momento storico in cui l'area balcanica è interessata da vari fenomeni: quello del terrorismo legato ai foreign fighters, quello dei flussi migratori e quello dei sempre delicati equilibri etnico-religiosi. Vi invito, per questo, a non abbassare mai la guardia e ad operare per la difesa dei diritti fondamentali e della libertà". Il Generale Graziano ha  concluso evidenziando che " I militari italiani hanno un bagaglio di grande professionalità ed esperienza accumulato in trent'anni di missioni internazionali, come quella in Kosovo in cui siamo presenti sin dall'apertura della missione nel 1999. Qualità e reputazione che contribuiscono al prestigio e all' immagine dell'Italia nel mondo e che ci vede quali protagonisti nella maggior parte delle missioni sotto egida ONU e della NATO. In Kosovo  il nostro paese guida la missione da oltre tre anni a testimonianza di una capacità di leadership delle forze armate italiane apprezzata e consolidata in ambito internazionale".

Cimic in Kosovo

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Che l’acqua sia vita è ben noto. Che invece possa essere indispensabile per ritrovare il dialogo, lo è solo nel villaggio kosovaro di Berkovo, municipalità di Kline. E’ attorno ad una pompa idrica, infatti, che le due componenti di una comunità multietnica hanno potuto cominciare a parlarsi e a parlare di nuovi progetti comuni. Fino ad un anno fa gli abitanti del villaggio dovevano andare a piedi al fiume ad attingere acqua. I due capivillaggio, uno serbo e l’altro albanese, non avevano mai dialogato particolarmente, anche per problemi linguistici e, forse, per quella scarsa conoscenza che porta sicuramente a diffidare l’uno dell’altro. Poi, la pompa che serviva il villaggio, a causa della scarsa manutenzione, si è bruciata. A quel punto, ognuno dei due ha manifestato il problema ai componenti del team LMT, Liason Monitoring Team della Kfor e, di lì, sono partite le istanze al Cimic, gruppo di cooperazione civile militare, affinché si attivasse per dare un aiuto a Berkovo. Proprio in questi giorni la nuova pompa idrica è stata inaugurata. E’ stata la terza donazione, nel giro di pochi giorni, quella fatta dal Cimic in Kosovo. Una donazione particolare, proprio perché ha messo intorno ad un tavolo due comunità che fino ad oggi sembravano distanti e che invece ora pensano di potersi unire in un nuovo progetto, quello di un ponte sul fiume che hanno chiesto confidando sempre nella missione Kfor. Un’occasione, per entrambi i “leader”, per ringraziare il comandante del gruppo Cimic, Giampaolo Sioni, che solo qualche giorno prima aveva già avuto modo di tagliare il nastro per l’inaugurazione dell’aula informatica didattica nella scuola di Irznic, assieme al sindaco di Decani Rasim Selmana. Un “miracolo” reso possibile - in un istituto dove la corrente elettrica, come in tutto il Kosovo, va e viene - grazie all’unità di cooperazione civile-militare, come si diceva. Questa infatti interviene ogni volta che la popolazione chieda un intervento per un progetto per il quale l’assessorato competente (formazione, sanità) non abbia i fondi sufficienti, purché questo sia riconosciuto di interesse pubblico. E’ appunto il caso della scuola secondaria di Irznic, che ha ora a disposizione dei computer moderni, da utilizzare per lo studio dell’informatica, ma anche dell’inglese. Le altre aule della scuola, quelle in cui il Cimic non è passato, sono ancora un po’ fatiscenti e, dunque, l’aula informatica spicca tra tutte come fiore all’occhiello dell’istituto e come simbolo dei rapporti che i militari italiani riescono a mantenere anche con la popolazione albanese. “I rapporti con Kfor sono ormai una bella tradizione – ha spiegato infatti il sindaco di Decani – che ci consente oggi di avere mezzi moderni per un settore importante come quello della formazione. Ciò rientra perfettamente nella nostra politica che è quella di far crescere culturalmente i nostri giovani ma anche di creare le condizioni per farli rimanere a spendere nel proprio Paese le conoscenze e le capacità acquisite nella loro scuola”. Stessa filosofia condivisa dalla preside della scuola ubicata nel villaggio di Kryshec, municipalità di Pec, alla quale è stata donata un’aula informatica, come già in precedenza era stato fatto con banchi, sedie e stufe. “Mir, italiani mir”, gridavano i bimbi albanesi sventolando bandiere italiane all’arrivo dei militari. Tradotto, vuol dire: “Bravi, gli italiani sono bravi”.

 

di Daniela Lombardi

 

 

Cambio al vertice del contingente militare in Kosovo

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Lunedì 8 novembre, presso la base militare italiana “Villaggio Italia” di Pec/Peja, si è svolta la cerimonia di passaggio di responsabilità al vertice del Contingente Militare Italiano in Kosovo tra il Colonnello Davide Di Bartolo, comandante uscente, ed il Colonnello Carlo Emiliani, comandante subentrante.

Alla cerimonia, che si è svolta alla presenza del comandante di KFOR (Kosovo Force) Major General Erhard Bϋhler e del comandante del COI (Comando Operativo di vertice interforze) Generale di Corpo d’Armata Giorgio Cornacchione, hanno partecipato le più alte cariche civili e religiose dell’area di responsabilità del MNBG-W (Multinational Battle Group West).

Il Contingente Militare Italiano, costituito su base 24° Reggimento artiglieria “Peloritani”, nel corso dei 185 giorni trascorsi in Kosovo ha fronteggiato numerose emergenze. In particolare, ha fornito sostegno ed all’occorrenza protezione alle famiglie in rientro in Kosovo ed ha gestito eventi particolari quale è stata, ad esempio, l’intronizzazione del Patriarca Irenej in Pec/Peja.

Il Colonnello Di Bartolo, nel suo discorso di commiato, ha sottolineato l’operato del Contingente Italiano evidenziando le numerose attività CIMIC (Civil Military Cooperation), a favore dei comparti scuola, sanità ed agricoltura, ed il silenzioso ma assiduo e proficuo lavoro di sminamento che prosegue senza sosta al fine di garantire un ambiente sempre più sicuro. Il Colonnello Carlo Emiliani, comandante subentrante del MNBG – W, avrà la missione di guidare il Contingente su base 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna”, già peraltro impiegato in teatro kosovaro dal luglio 2006 al febbraio 2007.

 

 

fonte: Stato Maggiore della Difesa

 

 

Il Kosovo in allerta per l’insediamento del patriarca serbo Irenej

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L’incognita legata a delle possibili nuove tensioni tra serbi e albanesi è stata sciolta. La minaccia paventata prima dell’evento è rientrata immediatamente. La sicurezza e la pace duratura in Kosovo sono state ribadite. Tutto ciò grazie all’intronizzazione, nel patriarcato di Pec, del 45° patriarca serbo Irenej, avvenuta per la prima volta in Kosovo, dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

Alla cerimonia erano presenti circa 5000 persone sotto l’occhio vigile dei militari di KFOR, KP, EULEX e soprattutto delle organizzazioni  internazionali come l’OSCE.

Si temeva il peggio vista la presenza delle massime autorità serbe a cominciare dal presidente Tadic e la decisione da parte della chiesa ortodossa serba che ha invitato soltanto i rappresentanti musulmani e cattolici della chiesa in Kosovo, ma non i rappresentati politici, o meglio le massime autorità del governo kosovaro che la chiesa ortodossa come del resto l’intera Serbia non riconosce.

Eppure qualche autorità politica kosovara è riuscita comunque ad infilarsi tra i presenti senza però causare alcun danno. Non dimentichiamoci che lo stesso Kosovo vive momenti difficili legati alla politica interna dopo le recenti dimissioni del presidente Fatmir Sejdiu.

La cerimonia si è svolta pacificamente e l’ottuagenario Irenej ha potuto dare il suo messaggio al termine senza particolari ansie: “Auguri a tutti i serbi che sono presenti qui e in ogni altro luogo del mondo. Speriamo di avere giorni migliori per il nostro futuro”.

Il messaggio distensivo del nuovo patriarca che succede al deceduto Plave, sembra dare speranza ad una politica di dialogo tra il Kosovo e la Serbia affinché entrambe le parti possano convivere.

Per fare ciò c’è bisogno che diversi ostacoli vadano superati. Certamente l’asse Belgrado-Pristina deve funzionare al meglio. Purtroppo a livello sociale nonostante molti serbi siano rientrati in Kosovo e alcuni di questi entrati a far parte di amministrazioni locali, tra la gente albanese cova ancora la rabbia o meglio l’indignazione per alcune questioni ancora irrisolte. E’ il caso del massacro di Meje, vicino Gjakova avvenuto nel lontano 27 aprile 1999.

In quell’occasione vennero uccisi e dispersi 376 albanesi, 101 cattolici e 275 musulmani. All’appello mancano ancora 21 corpi.

La riuscita di un evento così importante come la cerimonia di inaugurazione del patriarca Irenej può solo far bene alla popolazione serba e kosovara ormai stanca della guerra

Le diversità religiose ed etniche esistono ed esisteranno sempre ma la capacità di dialogare resta un punto incontrovertibile da cui partire.

 

 

 

 

Dal nostro inviato a Pec/Peja

Roberto Colella

 

 

Viaggio tra i campi Rom e i villaggi di rifugiati in Kosovo

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Pec/Peja per usare la doppia lingua, è una cittadina ospitale, a tratti moderna anche se nasconde nelle periferie scenari davvero inquietanti dove si annidano i campi Rom.

Entrare in un campo Rom è qualcosa di davvero unico. I liquami sono sparsi ovunque, il terreno lutulento è pieno di immondizia e gli scheletri di animali morti fanno da cornice alle abitazioni presenti. I bambini sono riversati tutti per strada. Nel villaggio "7 settembre" di Pec ne vivono 280. Vogliono essere fotografati e qualcuno cerca di attirare la mia attenzione in tutti i modi. Un bambino sta giocando con dei topi morti, è quello il suo giocattolo! Il capo villaggio mi trascina in un’abitazione dove l’odore di pollina è fortissimo e dove a fatica si riesce a respirare. Mi fa vedere l’immagine di una donna morta non ancora quarantenne durante il parto del tredicesimo figlio.

Il suo ritratto è conservato in una stanza con la soffittatura cadente, ricca di crepe poco rassicuranti. Spesso infatti le ragazze vengono date in sposa alla tenera età a uomini adulti. L’interprete mi racconta di un uomo di 70 anni sposato con una ragazza di 16.

Il campo Rom di Pec è sormontato da una discarica abusiva dove bruciano continuamente copertoni e dove gli animali tranquillamente mangiano. Il problema è che quegli stessi animali finiranno sulla tavola della popolazione del villaggio che vive di elemosina. Infatti nessuno di loro lavora ma vivono di aiuti umanitari. Eppure il capo villaggio è proprietario di tre auto e circola con un anello d’oro alla mano nonostante la popolazione soffre di carenza di cibo e acqua.

L’acqua e la corrente elettrica sono le esigenze primarie in tutto il Kosovo. Lo stipendio mensile si aggira intorno ai 300-400 euro con un tasso di disoccupazione del 59%.

Molti bambini kosovari sono vittime di guerra, colpiti dalle mine oppure orfani dei genitori. Poi ci sono anche quelli abbandonati spesso da coppie di ragazzini che non possono permettersi di tenere un figlio. Sono bambini che hanno subito diverse violenze e che spesso continuano a subire maltrattamenti. Mi basta entrare in una abitazione di un villaggio Rom per vedere un bambino cieco legato mani e piedi ad un letto. E’ un immagine agghiacciante ma per i suoi genitori fa parte della routine quotidiana. Loro sono in giro a chiedere l’elemosina e il figlio avendo il problema della cecità non può essere lasciato solo.

Spesso per visitare questi campi e per stare a contatto con la gente e le varie etnie presenti (Ashkali, Rom, Gorani, Egyptians) mi avvalgo dell’appoggio dell’ LMT (Liaison Monitoring Team).

Gli uomini dell’LMT hanno la funzione di percepire sensazioni tramite il contatto con la popolazione e fornire opinioni al Comandante della missione. Ogni team è composto da 7 uomini che svolgono attività di pulse control.

Durante gli spostamenti in territorio kosovaro raggiungo prima l’enclave serba di Goradzevac abitata da 700-900 persone e poi il villaggio di ritornati serbi di Zallq. Questi ultimi vivono in tre tende messe a disposizione dall’UNHCR nell’attesa che loro abitazioni distrutte dalla guerra vengano ricostruite. Nonostante il freddo pungente si vive nelle tende dove c’è di tutto dai letti alla cucina e dove si svolge gran parte delle loro attività. Nessuno di loro lavora. Hanno conservato soltanto quel pezzo di terra e sperano che gli organismi internazionali possano ricostruire le loro case con l’appoggio del governo kosovaro. Ancora una volta la maggior parte sono giovani negli occhi dei quali vedo il futuro del Kosovo e la voglia di invertire l’andamento del paese.

La voglia di ritornare nel loro villaggio li rende tenaci e pronti a scommettere ancora. L’instabilità territoriale resta comunque un’aggravante davvero minacciosa visti anche i recentissimi scontri a Mitrovica.

Il Kosovo sembra avviarsi come tutti gli altri paesi fuoriusciti dal’orbita della Repubblica di Jugoslavia verso una fase di Balcanizzazione. Soltanto quando tutti avranno il proprio capo di stato, il proprio inno e la propria bandiera potranno ritenersi soddisfatti. Soltanto dopo però capiranno che l’economia di una nazione si regge e dipende da tutt’altro.

 

di Roberto Colella

 

tratto da "Quotidiano.net"

Un calcio alla intolleranza

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Quando lo sport può ricucire dei conflitti inter-etnici. Tutto questo è successo a Pec/Peja in Kosovo il 17 aprile presso lo stadio comunale della città sede del Villaggio Italia denominato Hollywood dalla popolazione locale per via dell’illuminazione notturna.

Grazie al patrocino ed alla collaborazione dei comuni di Trani e Carsoli che hanno donato i completi sportivi, si è tenuto un triangolare calcistico tra una squadra di Gorazdevac di etnia serba, una di Decane/Decani di etnia albanese, ed una rappresentativa multinazionale della KFOR.

Il triangolare è stato vinto dalla squadra di Decane anche se il momento indimenticabile è stata la stretta di mano tra le squadre di Gorazdevac e Decane come già sottolineato in precedenza, di etnia differente.

La squadra del Gorazdevac, di etnia serba, ha rappresentato la municipalità di Pec/Peja a maggioranza albanese. In una atmosfera gioviale e colorita, si è assistito, quindi ad un superamento delle rivalità storiche in nome di quella armonia collettiva che spesso è mancata in territorio kosovaro.

Al torneo hanno assistito con viva partecipazione tutti gli alunni delle scuole di Pec/Peja e dintorni, la seconda città per numero di abitanti in Kosovo.

Il momento di sport ed amicizia, voluto dal contingente Italiano, a capo del Multinational Battle Group West, su base 9° Reggimento Fanteria "Bari", sottolinea l'intesa che le due componenti della popolazione kosovara possono trovare per il superamento delle recenti divisioni.

Nella stessa giornata il comandante del Multinational Battle Group West, colonnello Vincenzo Grasso insieme ad una delegazione del comune di Carsoli ha incontrato a Decane/Decani il sindaco di etnia albanese Rasim Selmanaj, per poi far visita al monastero ortodosso di Visoki, vigilato dal 1999 dai soldati italiani.

L’impegno italiano in Kosovo resta forte soprattutto legato alle attività di sicurezza e CIMIC, Cooperazione civile militare. Lo stesso triangolare di calcio è un’iniziativa CIMIC. Soltanto nel 2009 sono stati realizzati diversi progetti che hanno riguardato vari settori: il 61,8 % in agricoltura, il 33% nel sociale, il 3,8% nell’istruzione e una piccola percentuale nella sanità. Grande merito anche all’Health Team, ovvero il supporto medico soprattutto per i bambini malati. Soltanto nel 2004 sono stati trattati 739 casi, 410 sono stati i casi portati a termine. Attualmente in Italia si stanno trattando 40 casi mentre 17 sono in attesa di primo trattamento.

Per il 2010 CIMIC prevede la realizzazione di 11 progetti infrastrutturali per un bugdet annuale di 543.500,00 euro.

Le carenze più gravi riguardano l’energia elettrica e l’acqua. Le fasce più povere della popolazione continuano a vivere di agricoltura o di rimesse dall’estero. Lo stipendio medio mensile si aggira intorno ai 300/400 euro per un paese considerato il più giovane d’Europa, visto che il 70% della popolazione è inferiore ai 30 anni! Gli anni di guerra hanno causato molte vittime anche se ora qualcosa si sta muovendo. Pare infatti che la Serbia sta facendo qualcosa per riconoscere lo status del Kosovo che di sicuro non sarà quello di un Kosovo indipendente. I prossimi appuntamenti internazionali saranno decisivi. Per ora sono 66 i paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara.

 

di Roberto Colella

 

tratto da "Quotidiano.net"

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